Missione a Baker’s Cage

Aprii gli occhi solo per ritrovarmi in un buio poco più profondo di quello dell’oblio, da cui mi stavo risvegliando. Lentamente, molto lentamente, cominciò a prendere forma il contorno di quello che avevo intorno, cioè, ben poco: me stessa, un pavimento di pietra, un muro dello stesso materiale su cui si apriva una minuscola finestrella, troppo in alto perché io potessi vederla; ma un raggio di luce ne tradiva l’esistenza. Che altro? un altro muro, a un braccio di distanza dalla mia spalla sinistra, e una porta; un altro muro…e una persona. Che mi stava guardando, tra l’altro, con un certo interesse misto a simpatia. – Ehi, finalmente ti sei svegliata…quando mi hanno buttato qui dentro, pensavo che fossi morta. – anche lui, in definitiva, non era messo tanto bene; un occhio pesto, a quel che potevo vedere, qualche graffio, e ogni movimento gli costava una smorfia di dolore. – Dove siamo..? – borbottai, con una voce gracchiante che non ricordavo come mia. Succede sempre così, quando ci mandano in missione: veniamo scaraventati da qualche parte nel tempo e nello spazio terrestre (la Compagnia ancora non è in grado di inviare missioni negli altri pianeti occupati) e fisicamente è sempre piuttosto dura. Mentre facevo il conto di eventuali contusioni o danni fisici più preoccupanti, il mio compagno di cella (era una cella, quella, no?) aveva ripreso a parlare: – Per le ossa di Dio, sei messa male! siamo a Wigan, milady, e più precisamente in una delle torri del castello del signore di Lancashire. Un signore molto poco cortese, devo aggiungere. Non tollera assolutamente che qualcuno, tipo me, vada un po’ a caccia nei suoi boschi, e poi magari si faccia qualche birra al pub, vantandosi di quel che ha cacciato…la prende proprio male, sì. – finì la frase massaggiandosi ripetutamente la testa, e lasciandosi sfuggire qualche lamento a regola d’arte. Non potei fare a meno di ridere, e mi accorsi con piacere che il mio corpo stava riguadagnando in fretta la forma persa durante il viaggio tempo-spaziale. Quando avevo perso i sensi (succede sempre, altrimenti non riusciresti a sopportare lo stress psico-emotivo e fisico dello spostamento; comunque in genere ci avvisano prima, così che possiamo prepararci) mi trovavo da qualche parte in America, più o meno nel periodo Paleolitico, e raccoglievo informazioni circa l’evoluzione di alcune specifiche piante di quel periodo. Tra poco, sapevo che il ricordo preciso di quella missione sarebbe svanito; sarei riuscita a trattenere le immagini di ciò che avevo visto, e parte di ciò che avevo vissuto…ma poco o niente dell’esito della missione. Questo serve al mio datore di lavoro per evitare che qualcuno di noi accumuli un numero di nozioni abbastanza vasto da “mettersi in proprio” e fargli concorrenza; e a noi, bisogna ammetterlo, per non sovraccaricarci. D’altra parte, se vivi attraverso un numero imprecisato di ere, eventi storici, luoghi e scoperte scientifiche, dopo un po’ diventerebbe difficile sopportare tutte quelle vite diverse: siamo solo umani, in fin dei conti. Umani particolari, addestrati e geneticamente avanzati, ma pur sempre umani.
Mentre io mi dedicavo a ricapitolare i miei più recenti giorni di vita, il mio compagno si era alzato; pur continuando a guardarmi con una certa preoccupazione (probabilmente la mia faccia imbambolata gli faceva sospettare che non fossi particolarmente a posto col cervello) aveva iniziato a saggiare con entrambe le mani la porta della cella: ci si appoggiava contro, prendeva un bel respiro, e spingeva. Si dovette fermare un paio di volte, colto probabilmente da una fitta dovuta alle botte prese; così approfittai di una di queste pause per tirarmi su a mia volta (ormai mi sentivo di nuovo in perfetta forma, o quasi – gli effetti del viaggio svaniscono in fretta, fortunatamente) e per domandargli: – Sai mica se…questo castello è per caso costruito nei pressi di un fiume? – il mio compagno di cella si voltò di nuovo verso di me; a questo punto, il suo viso attestava chiaramente che pensava fossi pazza. – Ehi, ma da dove vieni, tu? certo che è vicino ad un fiume. Il Douglas. Se quella finestra non fosse così inutile, potresti forse addirittura vederlo…anzi, sicuramente, anche se un po’ più ad ovest rispetto a dove ci troviamo adesso. – Accidenti. Il tipo era piuttosto pratico del luogo…forse è per questo che la Compagnia mi aveva mandato qui. Trovo abbastanza fastidioso non sapere subito (o magari, addirittura prima) il motivo, oltre che il luogo e il tempo, della missione che devo portare a termine; ma la Compagnia approfitta del viaggio per inserire le informazioni necessarie direttamente nel mio inconscio, quindi mi basta dar loro un po’ di tempo e un po’ di concentrazione affinché riaffiorino…naturalmente, non sempre hai tempo e concentrazione sufficienti lì per lì, ma anche questo fa parte dell’addestramento. Si dice che un esploratore ben addestrato sia in grado di visualizzare tutti i dettagli necessari nel momento stesso in cui apre gli occhi, o anche subito prima; spero di arrivare presto a quel livello, perché sinceramente così è faticoso. Ci chiamiamo esploratori tra di noi, per abbreviare; ufficialmente però siamo E.T.S.I.M., Esploratori Tempo-Spaziali In Missione (da non confondere con gli E.T.S.I.S., Esploratori Tempo-Spaziali Statici, praticamente noi in pensione che ci occupiamo delle scartoffie per mandare altri esploratori più giovani in missione).
Comunque, tutto questo poteva benissimo passare in secondo piano, visto il tono con cui il mio compagno di cella mi richiamò alla realtà: – Allora, che ne dici di darmi una mano? altrimenti credo che il tuo bel fiume non lo vedrai mai. – continuò ad assestare un paio di scosse belle forti alla porta, che scricchiolò. Mi avvicinai, e appoggiai le mani vicino alle sue: – Credi davvero che cederà? – il mio compagno annuì, sicuro: – Oh, credo di sì. Non siamo pericolosi criminali, e gente come noi la sistemano sempre in queste celle di seconda classe…le porte non sono mai troppo robuste, e le torri sono scarsamente sorvegliate. Hanno altro di cui preoccuparsi, da queste parti, più che di un paio di ladruncoli qualunque. – Mi squadrò da capo a piedi, come dubbioso sul fatto che affibbiarmi quell’etichetta “qualunque” fosse una buona idea. – Ad ogni modo, a loro non importa poi tanto se scappiamo. E io non ho nessuna intenzione di deludere le mie amiche guardie! – mi rivolse una smorfia furba, che non mi convinse del tutto della veridicità delle sue parole; in ogni caso, neanche io volevo passarci ancora molto tempo in quella cella, avevo da fare. Perciò, sotto lo sguardo attonito del mio compagno di cella, estrassi dalla tasca quello che a lui probabilmente sembrava un ferro corto e stranamente decorato; in verità, era la mia antikleìdi, o chiave universale. Un congegno molto utile, quando non sai dove o in che condizione ti trovi, e che cosa dovrai fare. Mi acquattai per terra e coprii la chiave con la mano, mentre armeggiavo sulla serratura; un mortale, soprattutto di quell’epoca, non dovrebbe proprio vedere come funziona. Ad ogni modo il mio compagno di cella non ebbe modo di mettersi a fare domande, perché dopo poco la porta si aprì scricchiolando, e io potei mettere la testa fuori per osservare il corridoio; dopo qualche istante la testa del mio compagno sbucò sopra la mia, e sorridendo mi guardò dall’alto in basso, facendomi un cenno d’intesa: – Non voglio sapere niente, ma questo mi sembra proprio in nostro giorno fortunato. – Corremmo, cercando di non far rumore, ad una fenditura che si apriva in fondo al corridoio; il mio compagno si affacciò e poi esclamò soddisfatto: – L’avevo detto! è proprio il nostro giorno! sono tutti nel piazzale, perché il signore del castello sta tornando a casa. Ciò significa un sacco di gente a cui mescolarsi, e un sacco di confusione in cui mimetizzarsi. – si precipitò verso le scale a chiocciola, malamente illuminate da una torcia. – Ma questo non dovrebbe anche voler dire…che le porte saranno ben sorvegliate, e che ci saranno un sacco di guardie ad osservare la folla? – l’uomo di fermo per un attimo, dopo aver fatto un paio di gradini. Si portò la mano al mento, pensieroso, ma dopo un secondo tornò ad illuminarsi. – Ma certo! ma vuol dire anche, che le porte del castello saranno spalancate, con un sacco di va e vieni…andiamo, ce la possiamo fare. – Mi prese per un polso, trascinandomi giù per un numero imprecisato di gradini. Poi si fermò di botto, portandosi un dito alle labbra e spalancando gli occhi; aguzzai le orecchie, e riuscii effettivamente a sentire un rumore di passi pesanti che avanzavano nella nostra direzione, in contemporanea con dei passi ugualmente pesanti ma più strascicati. Il mio compagno mi strattonò tirandomi a sé, e insieme ci riparammo in una di quelle alcove di pietra dove qualche secolo più tardi verranno esposte le armature, per il piacere degli occhi dei turisti. In quel momento però, l’alcova si rivelò (oltre che molto stretta) la nostra ancora di salvezza: appiccicati l’uno all’altra, sentivamo i passi che si avvicinavano fino a sembrare a pochi gradini di distanza. Il mio compagno mi guardò inarcando un sopracciglio, con un sorrisetto niente affatto raccomandabile, soprattutto calcolando che a causa dello spazio angusto  il suo petto era  premuto contro il mio: – Però … – ma proprio quando stavo per ricordargli che quello non era proprio il momento per flirtare, un vocione interruppe il ritmico ticchettare dei passi in avvicinamento: – Di’, comandante…non potresti smettere di strattonarmi? pesano, ‘ste manette! e vai un po’ più piano… – Sentii il corpo del mio compagno irrigidirsi, e poi cominciare lentamente a contorcersi in modo da spingere me contro il muro posteriore dell’alcova, e lui verso l’esterno; non feci in tempo a domandargli che cosa intendesse fare, perché un’altra voce, perentoria e molto meno ironica, rispose: – Fai silenzio, disgraziato. Fra poco avrai tutto il tempo di riposarti, solo e chiuso a chiave in una bella cella tutta per te. – sentii il prigioniero borbottare, ormai vicinissimo a noi: – Non vedo l’ora, che lusso… – poi, sentii il corpo del mio compagno vibrare, ed un frinire debole ma ripetuto quattro volte rimbalzare sulle anguste pareti dell’alcova. In quel momento i due ci passarono proprio davanti, e i passi strascicati si fermarono subito: – Dì, capitano…fermiamoci appena un momento, per prendere una boccata di fiato. Giuro che poi non apro più bocca. – come tutta risposta l’omone che aveva parlato, e di cui distinguevo a malapena una sagoma (nel frattempo ero stata spinta, se possibile, ancora più in fondo all’alcova, perché il mio compagno si era completamente appiattito nel buio), ottenne un sonoro grugnito; ma si fermarono. Da quel punto in poi e nei minuti successivi non capii più niente: sentii il mio compagno scattare, il rumore del filo di una lama sguainata, un colpo sordo inflitto nella carne, e un rumore di ferraglia che si abbatte ripetutamente su un corpo. Tutto questo con a malapena un paio di grugniti ed un’esclamazione di sorpresa in sottofondo, e delle ombre guizzanti sulla parete come unico riflesso dell’azione che si svolgeva qualche gradino più in su. Aspettai ancora un po’, e poi mi affacciai dall’apertura dell’alcova; e mi ritrovai davanti il mio compagno che abbracciava fraternamente l’omone, i cui ceppi giacevano aperti di fianco alla guardia, sdraiata in terra e con la schiena trafitta dalla sua stessa spada. – Ma che..? – contrariamente a quanto avrei voluto, mi lasciai sfuggire un’esclamazione. Il mio (ora ex) compagno di cella si voltò e sorrise: – Ah già…John, mi permetti di presentarti la giovane donzella che ho testé provveduto a salvare? – gli rivolsi un’occhiataccia, per poi tendere la mano al nerboruto John: – Salve. Il mio nome è Katheline Milou, e non credete ad una parola di quanto detto dal vostro amico. – l’omone scoppiò in una risata, stringendomi la mano con fin troppo vigore. – Tranquilla, milady…non lo faccio mai! di’, Robin, non avrai mica importunato milady Katheline? – lui alzò le mani, scuotendo la testa con convinzione, ma ridacchiando sotto i baffi: – Dio non voglia! ma invece di star qui a chiacchierare, non credete sia meglio darci da fare per andarcene, prima che la festa finisca e richiudano i battenti? – sia io che John convenimmo che quella era la migliore idea della giornata.
Così sgattaiolammo giù per le scale, dopo aver nascosto il corpo della guardia nell’alcova e dopo che Robin si fosse messo alla cintura la sua spada (“me l’ha prestata già una volta con profitto, no? e poi a lui non servirà mai più; una spada in meno per il malvagio signore di Lancashire!); uscimmo nel cortile, e come aveva predetto Robin ci ritrovammo in mezzo ad una grande folla. Li sentivo acclamare e battere le mani, ma i visi che riuscivo a vedere non trasmettevano esattamente entusiasmo; chiesi notizie ad i miei due accompagnatori, e mi confermarono subito che la gente era costretta ad applaudire il signore del castello, pena una bella scarica di botte ed eventuali altre ripercussioni, tra cui furti di bestiame e prodotti dell’orto, angherie varie, fino ad arrivare a piccoli incendi e incidenti misteriosi: tutto questo ad opera degli uomini del castellano, che prendevano piuttosto alla lettera gli ordini del loro signore, tra cui c’era appunto “fate rispettare la legge, in ogni modo”. Riuscimmo a mischiarci alla gente, fendendo dove possibile la folla o passando tra le bancarelle improvvisate e gli artisti di strada, in direzione dell’entrata del castello. Eravamo quasi arrivati, e già si vedeva il dispiegamento di guardie vicino agli enormi battenti, spalancati per l’occasione. C’era un piccolo gruppo di persone che si stava avviando nella nostra stessa direzione; Robin e John si guardarono, e un momento dopo ci eravamo già divisi: John aveva preso sottobraccio una donna corpulenta e la stava intrattenendo, o convincendo in qualche modo a dargli retta. Robin aveva sfilato con invidiabile agilità un largo telo da un banchetto il cui padrone era evidentemente distratto; vi si avvolse alla maniera dei viandanti, tirandosi il cappuccio improvvisato molto avanti sugli occhi. Mi appoggiò una mano sulla spalla, incurvandosi molto in avanti, e borbottandomi nelle orecchie (per fortuna ho un udito potenziato, altrimenti dubito che avrei potuto afferrare anche solo una parola): – Io sono cieco e tu sei mia nipote. Andiamo incontro al nostro signore perché io possa almeno sentire arrivare la sua carrozza. – e mi spinse, senza dare nell’occhio, sulla scia di John e della sua matrona (che a quanto pare si era lasciata del tutto conquistare dal suo nuovo accompagnatore). Recitai quel paio di frasi come una scolaretta, al primo accenno di obiezione da parte di una delle guardie; una stretta sul braccio mi trasmise che il “povero cieco” aveva approvato la mia condotta, e la guardia era d’altra parte troppo presa a cercare di individuare la carrozza del suo signore (per poi poter opportunamente “spronare” la folla, al momento giusto) per prestarmi molta attenzione. Quindi scivolammo via oltre l’entrata del castello, ed aumentammo l’andatura fino a raggiungere John; Robin urtò la signora in maniera abilmente casuale, sfilandole il borsellino dal fianco (anche la mia vista è potenziata, e anche i miei riflessi, quando sono al massimo della forma) e quello fu il segnale anche per John. Mentre lo sorpassavamo già, lo sentii congedarsi rapidamente dalla signora e in pochi passi eravamo tutti e tre parecchio più avanti, dapprima camminando velocemente e poi correndo. Ci fermammo sul limitare di un bosco, per riprendere fiato e scambiarci congratulazioni  a vicenda; mentre osservavo i due uomini che si scambiavano pacche sulle spalle, là in mezzo agli alberi, mi colse d’improvviso un’illuminazione: – Dite, messer Robin…voi che fate nella vita, a parte cacciare di frodo e bere? – il mio ex compagno di cella (e di fuga) rimase interdetto per un po’, ma poi si strinse nelle spalle, ridendo: – Una volta ero un riccone qualunque, pensate! ma poi persi tutto, per colpa di quel tizio che non abbiamo visto arrivare, con la sua carrozza ed i suoi scagnozzi senza scrupoli. E da allora vago, rubacchiando qua e là (avete notato che sono bravo, vero?) e cercando ogni modo possibile di dar fastidio al signorotto in questione! non da solo, naturalmente, ma spesso in compagnia del piccolo John, qui – indicò ammiccando l’omone che gli stava accanto, sorridendo fiero, – e di una masnada di tipacci poco raccomandabili ma molto simpatici, amici suoi e miei. – riflettei per qualche istante, e poi lo guardai dritto negli occhi e gli chiesi: – Avete mai pensato che potreste sfruttare il vostro…talento…per fare del bene? – Robin e John risero, e poi il primo annuì e rispose: – Già lo faccio! del gran bene…a me, ai miei compagni, e ai tavernieri della contea! – mugugnai, prima di ribattere: – E se poteste accattivarvi le simpatie della gente? ad esempio…donando ai poveri qualcosa di quel che rubate? sarebbe comodo, avere interi villaggi che vi amano e vi proteggono, in caso qualcuno vi desse la caccia! come il signore di Lancashire…potreste sfilare dalle sue tasche quel che lui toglie ai poveri della contea… – Robin si arrestò perplesso, con la bocca aperta ma senza proferire parola. Richiuse le labbra, ci pensò su, e poi mi disse: – Sarebbe uno scherzetto niente male…rubare al riccone, per dare ai poveri… – socchiuse gli occhi, riflettendoci seriamente su. John mi guardava niente affatto convinto; ma Robin mi puntò un dito contro, sorridendo furbescamente: – Non è male come idea! ma dovrei trovarmi un soprannome, non posso mica farmi conoscere col mio nome vero… – gli sorrisi, guardandolo; allungai una mano verso il mantello che aveva ancora addosso, tirandone su un lembo che gli andò a coprire la testa e fin quasi gli occhi: – Oh, qualcosa vi verrà in mente. – ridacchiai, e cominciai ad allontanarmi in fretta, per non dargli modo di chiedere oltre. Mi sembrava di aver fatto già abbastanza. – Arrivederci, ser Robert …arrivederci, little John! – mi diressi verso il fiume, del quale quasi potevo sentire l’acqua scorrere; ma le mie orecchie possibili riuscirono a percepire ancora Robin e John, fermi a guardarmi, che borbottavano fra loro: – Robin, ma non le darai mica retta? che razza di idea può mai essere? non funzionerà! – poi Robin doveva averlo tirato a sé, perché lo sentii sussurrare: – Ascolta, John, non è mica un’ideaccia…potremmo diventare degli eroi! senti qua, stavo pensando… – il resto si perse dietro di me, ed io non gli prestai più attenzione. Avevo decisamente già fatto abbastanza.

un’avventura

Mi batteva forte il cuore mentre percorrevo il dedalo di passaggi sotterranei che mi avrebbero condotto, se non sbagliavo direzione, alla meta che mi ero prefissa. Avevo tutto il tempo di guardarmi intorno, eppure una certa fretta si era impadronita di me e faceva correre i miei piedi lungo le lastre di marmo venato di grigio che ricoprivano il pavimento, i muri ed il soffitto. Non un’anima viva percorreva quei corridoi silenziosi, ma stavo comunque ben attenta ad ogni angolo, ad ogni alcova buia che sorpassavo quasi correndo. Nonostante l’ambiente inquietante e la mia solitudine, mi sentivo abbastanza sicura di me mentre procedevo diretta e silenziosa; eppure, la certezza di non essere una guerriera addestrata nè una maga di un certo spessore mi aveva accompagnata passo passo per tutta la strada, fin quasi alla soglia di questo labirinto sconosciuto.
Mi fermai un attimo, sentendo delle voci che si avvicinavano. Venivano da uno dei corridoi che avevo appena percorso, e procedevano piuttosto velocemente nella mia direzione (per fortuna tanto rumorosamente quanto velocemente); se c’è un’arte che ho imparato a fondo è quella della mimetizzazione, ed un angolo chiuso da una grata arrugginita mi forniva lo sfondo perfetto per passare inosservata. Controllando il respiro e centellinando ogni movimento del petto e dei miei occhi, seguii il gruppetto di tre persone che mi passavano davanti scambiandosi frasi in un linguaggio che non riuscii a decifrare; nessuna di loro mi degnò di uno sguardo, e non appena mi volsero le spalle tornai a respirare con più calma e profondità, rimanendo però immobile ancora per qualche minuto. Aguzzavo l’udito per seguirli oltre l’angolo, contando i loro passi su una scalinata che non vedevo. Prima di lasciare il mio nascondiglio, passai mentalmente in rassegna la mia situazione: conoscevo approssimativamente la mappa del luogo in cui mi trovavo; questo si stava dimostrando diverso da quanto disegnato nella mia mente, ma sapevo che ad un certo punto sarei potuta uscire in superficie e controllare la zona da lì – a quel punto ero quasi sicura di non potermi perdere, anche se le vie sotterranee mi avessero ingannato. Mi mancava una certa preparazione, questo è vero: non sono mai stata una guerriera, nè per indole nè per addestramento; ma avevo imparato alcune magie elementari, e in qualche occasione mi era stato detto che avevo poteri stregoneschi nel sangue. Avevo già partecipato ad alcune cerimonie, tuttavia non sapevo distinguere la magia bianca da quella nera; probabilmente perché della seconda non conoscevo davvero i principi, pur essendomi avvicinata ai suoi testi sacri. Con me, in una sacca appesa alla spalla, portavo lo stretto necessario per il viaggio: un libro di magie, un sacchetto con le provviste necessarie ala minima sopravvivenza (non era previsto che io restassi fuori a lungo), e naturalmente la mia pietra di comunicazione. La tirai fuori prima di rimettermi in moto, mormorandole l’incantesimo che l’avrebbe attivata: sulla superficie sfaccettata comparve chiaramente l’ultima cosa che le avevo chiesto: le parole dello Stregone Rosso, il motivo per cui mi aggiravo furtiva ma sicura tra i corridoi abbandonati di questa fortezza sotterranea. Ripresi ad attraversare i corridoi, cercando di districarmi tra le scritte sui muri (evidentemente anche i nativi di queste lande necessitavano di indicazioni): niente che potesse aiutarmi. Cominciavo forse ad avere paura? sicuramente una certa inquietudine iniziava ad insinuarsi nei miei passi, ma non volevo fermarmi. L’incontro che mi attendeva poteva essere fatale; lo Stregone Rosso mi conosceva più di quanto io conoscessi lui. Sapevo solo che governava una magia a cui io mi ero soltanto affacciata per vie traverse, che nessuno mi aveva insegnato, e per cui nutrivo un’attrazione inevitabile ed una bruciante passione. Lui sapeva quasi tutto di me; e molto di più avrebbe potuto scoprire, perché viaggiava agilmente in quel mondo parallelo a cui io appartenevo come un vagabondo appartiene alla società. Esistono innumerevoli dimensioni parallele; alcune di esse mi erano ben note, di altre entravo a far parte solo saltuariamente, ed ero ben lontana da far parte di quel circolo ristretto di potenti che ne padroneggiavano leggi e movimenti; da una di queste era giunto fino a me il messaggio dello Stregone che stavo per incontrare. Una creatura incantata, venuta da chissà dove, aveva penetrato le difese del piccolo portale da cui accedevo a quella realtà e mi aveva portato le parole che mi avevano condotto fin qui. Nonostante mi fossero state portate come un messaggio di pace, non avevo grande fiducia nel buon esito della mia impresa; conoscevo, fortunatamente solo per sentito dire, i poteri di distruzione degli Stregoni maggiori: avevo sentito parlare di fruste irte di aculei con cui strappavano la carne viva di coloro che si avvicinavano ai loro altari senza essere chiamati; di pugnali che rispondevano ad uno sguardo e colpivano dritto il segno senza mai sbagliare; di incantesimi capaci di cancellare un essere vivente dalla faccia della terra, senza lasciare che cenere come unica traccia del suo passaggio. Tremavo al pensiero, anche se la certezza di essere stata chiamata direttamente a questa missione mi confortava non poco.
Il pavimento continuava a filare liscio e veloce sotto i miei piedi; brevi sprazzi di luce cadevano dalle aperture superiori, e mi arrivavano canti e vociare dalla superficie. Ero stanca e un po’ confusa, perciò decisi di imboccare un’ampia scalinata che conduceva dritta in superficie; grossi caratteri di metallo infissi nel muro indicavano quella direzione come la via per il piazzale del Cinquecentesimo Caos: conoscevo quel nome. Mi sembrò una buona idea affacciarmi all’aperto da lì, fiduciosa di potermi orientare decisamente meglio che tra i cubicoli sotterranei e semi-deserti. La scala era ripida e lunga. La divoravo con una certa premura, finché mi fermai di botto, ascoltando immobile il vociare poco sopra di me. Mi concentrai per richiamare di nuovo a me i poteri di mimetizzazione, e ripresi l’avanzata cautamente. In cima alla scala, come immaginavo, c’era un gruppetto dall’aria losca; non diedero segno di vedermi avvicinare, ma ancora pochi passi e sarei passata fin troppo vicina a loro per non essere notata. Dalla borsa tirai fuori le mie lame avvelenate: bruciavano come sale e acido su una ferita aperta, bastava che sfiorassero la pelle e c’erano davvero poche creature al mondo che non sarebbero cadute in preda al gelo che penetrava nel sangue subito dopo il primo contatto con quelle armi mortali. Mormorai l’incantesimo in grado di farmi apparire addosso una corazza impenetrabile, e a testa alta coprii con un salto gli ultimi gradini e mi portai a due passi da quelle creature. Si voltarono, ma io fui più veloce: lanciai due delle lame, che roteando furiosamente tagliarono di netto la pelle di due di loro, facendo sì che si immobilizzassero completamente; in direzione degli altri, e prima che fossero in grado di comprendere cosa era accaduto e lanciarsi contro di me, sussurrai un altro incantesimo – bloccai la loro mente e mi ammantai di nebbia per confonderli. Non ero maestra in quest’ultima magia, ma durò abbastanza da distrarli quel tanto che mi bastò per passare oltre. Sapevo che c’erano numerose sentinelle alate appostate sui merli intorno al piazzale; dovevo essere veloce e sperare che nessuna di esse mi notasse, perché ne bastava una per scatenarne cento. Corsi fino all’avamposto al centro della piazza. Era presidiato da un uomo solo, io potevo vederlo ma ero coperta da un cespuglio rigoglioso dietro le sue spalle. Poco più in là potevo vedere gente affaccendata che si muoveva in gruppi più o meno numerosi; se fossi riuscita ad immergermi in quella folla, l’incantesimo di mimetizzazione avrebbe fatto il resto, e sarei potuta entrare indisturbata nella roccaforte al seguito di una qualsiasi di quelle persone. Tirai fuori un’ultima volta la pietra di comunicazione, per controllare le coordinate e il tempo che mi rimaneva per raggiungere il luogo d’incontro. Poi lasciai il mio rifugio, con la mano destra che stringeva altre lame al riparo della tasca. Camminai in fretta e m’infilai in mezzo ad un gruppetto di giovani guerrieri; mi guardarono appena, presi dalle loro discussioni sulle lezioni d’arme a cui aveva appena preso parte. Da loro passai ad accodarmi ad una coppia che decideva bisticciando la direzione da prendere per raggiungere un certo punto del palazzo; di nuovo, erano troppo presi da loro stessi per notare me. Ancora pochi passi e sarei giunta al porticato su cui si apriva l’ingresso secondario della fortezza: molta gente usciva ed entrava, da quel punto in poi sarebbe stato facile. Stavo per lanciarmi a coprire quell’ultimo tratto scoperto, quando mi accorsi delle sentinelle a piedi: dovevo escogitare immediatamente un piano, visto che una di loro si stava già dirigendo verso di me. Continuai a camminare ma più lentamente, approfittando del tempo che ci metteva a raggiungermi per inventare le mie prossime mosse; dietro le porte spalancate dell’ingresso potevo vedere delle colonne tozze che potevo usare per sfuggire alle altre guardie, ma come svicolare da quella che ormai era a pochissimi passi da me? Fingendo di dovermi allacciare una scarpa, mi chinai rapidamente, appoggiando un ginocchio a terra; ancora un secondo e la caviglia della guardia fu alla portate delle lame che ancora stringevo spasmodicamente nella mano destra: un guizzo del polso, e una ferita sottile si aprì vicino all’osso; la guardia aprì la bocca per urlare, ma il mio veleno ha un effetto quasi immediato, soprattutto sulle creature deboli. La guardia rimase immobile, congelata nel dolore, ed io potei fuggire via in un lampo, rimanendo piegata vicino al pavimento finché non trovai un altro gruppo in mezzo al quale confondermi e che urtai con ben poca cortesia per farmi largo verso l’entrata. Svoltai dietro la prima colonna che trovai, immobilizzandomi per osservare il nuovo ambiente e cercare indizi sulle intenzioni delle altre sentinelle. Nessuno sembrava cercarmi, ma colsi diversi sguardi che scrutavano la folla; evidentemente la prima guardia doveva aver dato l’allarme, ma non si era resa conto di chi o come l’aveva colpita. Bene. Mi tolsi di dosso l’incantesimo-corazza e riposi con cura le lame nel doppiofondo della borsa. Adesso l’importante era apparire come una qualunque viandante tra i tanti che si aggiravano nell’atrio della fortezza per svolgere un qualunque affare, in una qualunque giornata normale.
Guardandomi con più attenzione intorno, capii che ero stata molto fortunata: per raggiungere il luogo dell’incontro con lo Stregone sarei dovuta passare per il tempio dedicato al suo culto…ed uno degli ingressi del tempio era proprio davanti a me. Il posto che cercavo io si trovava nei sotterranei del tempio, ma immaginai di poter passare anche da quella parte, con un po’ di fortuna e un po’ di arguzia. Intanto, era necessario entrare; questo non sarebbe certo stato un problema per me, perché ero anch’io un’adepta dello stesso culto. Ero anche arrivata fino ad un buon punto della scala gerarchica dei devoti, di certo più in alto dei discepoli apatici che vedevo muoversi senza fretta tra gli altarini; ma non avevo intenzione di rivelar loro il mio status, non valeva la pena di scoprirsi tanto prima di aver completato la mia missione. Attraversai dunque la soglia ed imboccai decisa il corridoio principale del tempio, fermandomi brevemente davanti ad alcuni degli oggetti di culto per render loro il dovuto omaggio. Notai che uno degli adepti mi aveva notata e stava per venirmi incontro, ma mi defilai in una delle navate secondarie, nascondendomi dietro una serie di immagini sacre disposte in fila su mezze colonne alte poco meno di me, e mi finsi molto presa dall’osservazione delle stesse. Così potei continuare fino a raggiungere la scala a chiocciola che portava in alto, probabilmente verso la torre di avvistamento e la sala di ricevimento dei sacerdoti più alti in carica, e in basso, verso le segrete e il luogo che avevo bisogno di raggiungere. Imboccai la scala con aria sicura (nonostante non mi sentissi affatto così); dopo pochi passi mi resi conto che quel che immaginavo era esatto: sotto i miei piedi si aprivano le sale più interne del tempio, e numerosi erano gli altari le cui immagini mi erano familiari. La stanza principale era raccolta, meno illuminata di quella superiore e in apparenza più disordinata, forse perché le molte opere d’arte erano raccolte in uno spazio più angusto, e diverse stanzette più piccole si aprivano su quella principale, lasciando intravedere i loro tesori.
Decisi di rimanere nella stanza in cui ero arrivata, e percorsi lentamente la navata lungo la quale erano disposte le mie immagini sacre preferite; rivolsi ad alcune di esse una muta preghiera, perché sentivo piano piano lo stomaco che si annodava e le mani che tremavano per la tensione. Come spesso accadeva, le icone sacre mi restituirono un certo conforto; sentivo però sempre più forte il cuore che mi martellava nel petto, scandendo i secondi che mi separavano dall’incontro con lo Stregone Rosso.
Avevo un’immagine molto vaga dell’aspetto dello Stregone, e nessuna notizia certa del suo carattere e del suo atteggiamento, a parte le parole del messaggio; incoraggianti quanto basta per farmi arrivare all’appuntamento, ma scarse per quel che ne riguardava l’esito. Sentivo chiaramente agitazione, insicurezza e domande mescolarsi nella mia mente e percorrere strisciando la mia spina dorsale, lasciando dietro di sé una bava gelida e un tremore che a malapena riuscivo a controllare. Più volte posai le mani sulle immagini divine, richiamandone l’energia nascosta, per assorbirne la forza; non potevo però appoggiarmi ad esse abbastanza per ottenere tutto il coraggio di cui avevo bisogno, o avrei corso il rischio di attirare l’attenzione dei pochi sacerdoti che presidiavano quelle sale.
Quando avrei visto lo Stregone? ricordavo le parole del saggio, “un mago non arriva mai troppo presto o troppo tardi, ma sempre al momento giusto”, ma mi erano di scarso conforto. Avrei notato il suo arrivo, o mi avrebbe colta di sorpresa? Sarebbe arrivato a dorso di un cavallo scalpitante, e mi avrebbe chiamata a sé con voce tonante, oppure dovevo aspettarmi di vederlo emergere tra gli altarini come un’ombra, muto come un fantasma e solido come un sogno? Dovevo averne paura e prostrarmi ai suoi piedi come davanti a chi possiede ogni sapere, o avrei dovuto avvicinarmi ed umilmente rivolgergli i miei ringraziamenti in tono sommesso, oppure sarebbe stato meglio guardarlo francamente negli occhi e parlargli come due pari grado, devoti della stessa immensa  e generosa divinità?

Juliet

Bandito? di’ pure “ucciso”…perché non è come se fosse morto, il mio Romeo, il mio primo amore, il mio unico e solo? è morto, il primo ad aver incrociato il suo respiro col mio.
E’ finita in un soffio questa storia iniziata per sbaglio; è come se si fosse aperto uno spiraglio in una porta altrimenti nascosta, e in quello spiraglio siamo riusciti a passare soltanto io e lui. Come potete capire voi il vuoto che c’era nel mio cuore prima di lui, un vuoto grande esattamente quanto Romeo. Esattamente con quella forma, con quell’altezza, c’era un buco nero in cui era possibile incastrare solo una forma precisa di spalle, quelle ciocche di capelli sfuggenti, quelle gambe ed essatamente quel numero di scarpe. La verità è che io ero sola. Disperatamente ma apaticamente sola, circondata da nient’altro che adulti e feste eleganti in cui il mio dovere era far fare bella figura ai miei genitori, essere bella, sorridente e silenziosa. E’ dei miei “sissignore” e “buonasera” e “permesso” e “grazie” che si è innamorato Paride…di questo e dei soldi di mio padre, è naturale. Non ne ha bisogno ma il loro profumo è più piacevole del mio per il suo naso, di questo ne sono praticamente certa; anche perché non ha avuto modo di conoscere il mio odore, lui, o di farci realmente caso. Due sguardi, qualche parola di cortesia ed un ballo: ecco tutto quello che spetta a Paride. Romeo, Romeo ha sentito il profumo nascosto nelle pieghe del mio collo; l’ha cercato col cuore prima che con la bocca e con il naso; ha respirato tra i miei capelli e tra le mie braccia, anche se per una notte soltanto. Che fa adesso Romeo? adesso che non respira più. Non c’è più calore sulle sue guance, perché erano i miei baci a colorargli il viso e a scaldargli la pelle. Adesso non è più a portata delle mie labbra, e non ha più una briciola di vita addosso. Andrei a cercarla per lui, addosso a lui, se potessi; e sono certa che, sdraiata accanto a lui, ne ritroverei qualche particella, la coverei e la alimenterei, finché finalmente Romeo non ricomincerebbe a vivere, piano piano, come chi si risveglia da un sonno turbato o da una lunga malattia. Non avrei fretta di svegliarlo, la pazienza che mi manca potrei attingerla al pozzo infinitamente profondo del mio amore, della mia inesauribile voglia di vivere con lui tutta l’esistenza possibile. Ma lui ha finito la sua razione di vita…ne ha mangiata troppa, a bocconi grossi, da ingordo? so così poco di quel che era prima di incontrare me, ho visto solo i suoi occhi, i suoi amici, e l’odio che mio cugino Tebaldo provava per lui. Questo mi basta per sapere che non era un fiume tranquillo quello in cui mi sono immersa. In realtà era un fiume a cui non mi sarei neanche dovuta avvicinare…sponde insidiose e correnti rivali, ecco da cosa è partito il nostro amore. Eppure la scossa che mezzo sguardo, che un istante del tocco della sua mano mi hanno dato è stata tanto forte che io in quel fiume mi ci sono gettata senza neanche prendere un respiro profondo. Che importa respirare quando potevo prendere aria direttamente dalla bocca di Romeo? mi domando se qualcun altro ha mai provato un sentimento tanto totalizzante, tanto trascinante e potente che vuoi strapparti il cuore e seppellirglielo dentro per scuoterlo un po’, per togliergli dal viso quel pallore che mi fa tanta paura. Amore, Romeo mio…svegliati…se ti affondo le unghie nella spalla ti rimarranno i segni rossi, o rimarrai immoto e pallido come adesso? vorrei farti del male per poterti svegliare; ma poi il rimorso di averti fatto male si bilancerebbe con il sollievo di vederti vivo? farei qualunque cosa perché tu ti svegliassi, ma se proprio non puoi, baciami e io verrò via con te. Non mi importa di dover attraversare l’oscurità se potrò tenerti per mano. Mi basterà sentire che le tue dita ridiventano calde intrecciate alle mie, sentire la tua stretta sicura, e sono sicura che sarei in grando di attraversare qualunque luogo: città, fiumi, famiglie…le parole, come sai, non hanno un significato per me: non sei sull’altro piatto della bilancia ci sei tu. Tu puoi essere la mia città, il mio fiume, la mia vita: lo sei stato, per qualche ora e qualche giorno, ed in quel tempo breve e felice io mi sono sentita perfetta e completa. Vi siete mai sentiti completi, voi? perfettamente al posto giusto, nel momento giusto, mentre il tempo vi compie ampi giri intorno senza toccarvi? io mi sono sentita così: la sera in cui ho conosciuto Romeo; quando ha scambiato la sua promessa d’amore con la mia; quando sull’altare gli ho giurato di non essere nient’altro che sua; e quell’unica notte condivisa con lui. Tutto il resto è opaco, lento, spento. E non m’importa di ricordare il resto del tempo, non m’importa nemmeno della morte di mio cugino, o delle controversie e la confusione che regna sovrana in questo orribile posto in cui vivo ancora. Perché vivo? qual è la mia ragione per continuare ad esistere? non lo sapevo neanche prima, ma poi l’ho scoperto. Ma se adesso il mio significato, la risposta a tutte le mie domande (soprattutto quelle inespresse) è morto…vuole necessariamente dire che è ora che muoia anch’io. Se qualcuno, oltre la mia comprensione, ha potuto decidere prematuramente la fine di Romeo, allora io posso decidere della mia. Lui per me non finirà mai, d’altra parte; nè io per lui, perché l’amore che fa ancora ostinatamente battere il mio cuore, e che riempiva il suo tanto da farlo traboccare fino a quando non si è fermato…dicevo, quell’amore non finisce. Spero davvero che il silenzio che è sceso dentro Romeo non abbia cancellato il suo amore; dalla sua testa scaturivano pensieri intensi, brillanti e parole infiocchettate; amavo il suo della sua voce, il suo tocco gentile e vibrante, la luce nei suoi occhi. Romeo, aspettami sulla soglia dell’oscurità; non voglio che tu ci vada da solo, per poi dimenticarti di me. Non avere paura e non lasciar andare neanche per istante il pensiero della tua Giulietta. Lo sento, il centro del tuo palmo è ancora tiepido, e c’è ancora un velo di rosa sulla tua pelle, perciò non devi essertene andato da molto. Aspettami ancora amore mio, sto arrivando, dammi la mano ed aiutami a fare il salto.

Giornata a Roz-ven (2)

Dunque trascorriamo insieme l’ora di pranzo intorno ad un pasto per niente frugale (forse in mio onore) con carne e pane e olio d’oliva, erbe aromatiche a profusione, insalata e pomodori dell’orto di Sidonie – Un’insalatina, cara ragazza! che sembra quasi figlia mia, tanto è fresca e tenerella! – condita di commenti come questo, insieme a tanti altri discorsi tra i più vari, che io mi limito ad ascoltare. Si parla di carne d’agnello e di editori parigini, di come si marina il pollo e dei compiti di Bel-Gazou – Mai abbastanza, per questa sfaticata! – Sidonie ride ma è seria, a giudicare dall’espressione imbronciata con cui la figlia le risponde; si parla anche di filosofia, per far piacere a Bertrand che ne è un vero appassionato – Tutto suo padre, nient’altro che suo padre. – commenta Sidonie, con uno sguardo particolarmente intenso rivolto esclusivamente al figliastro, a cui lui d’altra parte non risponde affatto tenendo lo sguardo fisso sul piatto. Bel-Gazou commenta poco, come me, e mangia più che può; la madre si lamenta anche di questo, ma poi ammette: – Oh, non c’è pericolo che ingrassi, questo scoiattolo…non sta mai ferma! – e questo sono sicura che lo dica con una certa soddisfazione, riconoscendo nei movimenti impazienti della figlia le sue stesse movenze inquiete. Poi, aiuto a rigovernare, e prendiamo il caffè in salotto; accenno a voler tornare verso la spiaggia, per una passeggiata, e mi viene risposto con un secco: – Nessuna obiezione da parte nostra. – che mi spinge ad allontanarmi il più in fretta possibile dalla “signora” accoccolata in poltrona, con il viso immerso in un libro che non è il mio. Ma prima che la porta si richiuda dietro di me sento raggiungermi un’altra frase, meno brusca, come un saluto che mitighi quello sbrigativo precedente: – Ma state attenta, tra poco verrà a piovere. Tornate presto. – in effetti, penso, è da questa mattina che non guardo il cielo. Lo osservavo con attenzione stamattina per la strada, per tenermi compagnia, ma non era che l’alba; poi l’ho dimenticato, a parte uno sguardo fugace per compararne il colore con quello del mare e degli occhi di Sidonie, stamattina in spiaggia. Si sono accumulate ogni sorta di nuvole, nel frattempo; alcune grige, altre bianche, ma molte sono effettivamente plumbee e cariche…farò davvero meglio a sbrigarmi, ma non voglio perdermi il piacere di raggiungere il mare passando per il praticello rado che c’è dietro la casa. Cerco di non correre ma ci riesco a malapena; e finalmente mi viene da sorridere e quasi da ridere, tanto è il gusto di correre giù per un breve pendio tutta sola, senza nessuno a cui fare bella impressione, senza il timore di dire troppo o troppo poco o di comportarmi da stupida. Mi fermo con un po’ di fiatone poco al di fuori della portata delle onde, sulla riva. Respiro profondamente questo odore di mare che si prepara alla tempesta, tanto in fondo spingo l’aria nei polmoni che quasi mi fanno male: ma va bene, voglio portarmi via quest’odore e questa sensazione di freddo pungente, gli spruzzi sulla faccia, sulle gambe e sulle mani e questo spazio che sembra infinito, anche se sento fortissimo la presenza della casa dietro le mie spalle, che mi fa sentire sicura. Poi comincia a piovere. Piano piano, ma le gocce sono gelide e appuntite, perciò dopo pochi minuti abbasso la testa e torno indietro a passi svelti. Non rialzo lo sguardo finché non sono in prossimità del retro della casa, e chi trovo, che sembra aspettarmi senza darne mostra? Lei. Non ho fatto in tempo ad intercettarne lo sguardo, ma non può essere un caso che sia qui dietro a mettere a posto chissà che e a far le coccole ai gatti. Finge di non avermi sentita arrivare, come se fossi tanto silenziosa da ingannare i suoi sensori bestiali (dovrei essere forse un fantasma, per riuscirci! oppure, neanche quello, perché lei sente anche il vento!). Si tira su quando già io mi sono fermata accanto a lei, con un’espressione degna di un’attrice che recita la sorpresa: – Oh, siete tornata. Avete fatto bene, piove…rinfresca…finirà presto. – Non li capisco questi discorsi insipidi; ma poi rifletto un momento e ricordo che per lei il tempo non è per niente insipido né frivolo, tutt’altro. E quindi accetto l’imbeccata: – Sì, è cominciato or ora. E’ fredda, questa pioggia…pensavo facesse più caldo, in questa stagione. – E lei continua, con noncuranza, mentre mi riporta dentro casa. – Ma naturalmente fa caldo, quando c’è il sole. Ma dovremo aspettare domani, anche se stanotte di sicuro ci saranno già belle stelle. Si è già alzato un po’ di vento, diventerà più freddo…non potremo cenare fuori, stasera, a meno di non mettersi uno scialle un po’ pesante. Ne avete uno, voi? altrimenti ve ne presterò uno dei miei…sarebbe un peccato perdersi quell’aria fresca, e la terra che sa di pioggia… – Annuisco e basta. Che altro potrei fare? Comunque, lei non si aspetta altro da me, né da nessuno.
Mi lascia di nuovo in salotto, mentre lei se ne va nel suo studio; questo me lo dice Bel-Gazou, trattenendomi ancora una volta per un lembo del vestito quando si è accorta che io, trascinata dalla mia scempiaggine e dal fascino di sua madre, rischiavo di seguire Sidonie in un luogo sacro in cui lei non mi aveva invitata. Trascorriamo quindi insieme, io e Bel-Gazou, un pomeriggio piovoso a colorare le pagine di un album di disegni surreali e a cantare canzoncine in italiano, che io cerco di insegnarle e le si ostina a sbagliare, ridendo. Hélène legge, Germaine cuce, Bertrand sposta lo sguardo tra il libro che tiene aperto sulle ginocchia, la porta della stanza, e me e Bel-Gazou che facciamo le sciocchine. Il tempo sembra tremendamente fermo, quando Sidonie è assente. Potrebbe non esserci proprio, visto che non fa alcun rumore quando è immersa nelle sue carte…ma allora, che vita sarebbe questa? che senso avrebbe la presenza di ognuno di noi, qui, se non ci tenessimo tutti forte alla corda-Sidonie? saremmo come le perline di una collana rotta. E quella sarebbe la nostra giusta collocazione.
Ad un certo punto, però, la chiamata che aspettavo senza saperlo arriva: – Cara ragazza, volete venir qui? –
La raggiungo, seguendo l’istinto più che altro. Devo necessariamente fermarmi un attimo sulla soglia dello studio, e guardarla con gli occhi che si colmano di lacrime: piegata sullo scrittoio, con la penna in mano e la fronte chinata sui fogli di carta azzurrina che le ravvivano il colorito…questa è la foto che tanto desideravo, che mi porterò via senza neanche chiedere. Lei alza lo sguardo e sorride, lasciando che io la guardi. Ma non è molto paziente Sidonie, e mi invita dopo un minuto a spicciarmi a raggiungerla, a sedermi su uno sgabello che ha avvicinato alla sua scrivania.
– Le vostre pagine, vedete… – solo ora mi accorgo che la mia cartellina si è misteriosamente spostata dal tavolo della cucina al divano sbilenco dello studio. Non ci avevo pensato neanche durante il pranzo. – Ho dato un’occhiata; solo un’occhiata, badate, perché ho avuto molto da fare. – I suoi occhi scivolano brevemente sulle parole appena scritte, ed io vorrei aguzzare gli occhi per leggere questo suo nuovo capolavoro, ma mi trattengo per educazione e per pudore; lei lo nota, e apprezza. – Mi piacciono alcune parole che avete usato, ma non sono troppo convinta di come avete diviso i paragrafi…ho visto che ci avete infilato dei versi, qui e là. Li avete presi da qualche parte, o sono una vostra invenzione? – Mi guarda. Rispondo con tutta la voce che riesco a racimolare, che è comunque poca, me ne rendo conto. – Li ho inventati tutti io… –
– Brava. Scelta coraggiosa, e d’altra parte non li ho ancora letti con sufficiente attenzione da poter affermare alcunché ma…brava per l’idea, intanto. – annuisce, tra sé e sé, – ora, potete andare ad avvisare Hélène che è ora di ravvivare il fuoco in cucina, e di pulire il pesce? scommetto che tra le sue letture ed i sogni ad occhi aperti che fa, su un uomo che non la ama affatto tra l’altro, se n’è scordata! non avrà fatto caso neanche che dietro le nuvole il sole si è abbassato quel tanto che annuncia l’ora di iniziare a prepararsi per la sera! ma d’altra parte, a queste cose bado solo io. – aggiunge, con una punta di amarezza che mi affretto a stemperare.
– Anch’io ci faccio caso…! – mi risponde con uno sguardo fisso, che si spegne in un morbido scrollare del capo.
– No, mia bella ragazza…voi fate caso a quello a cui bado io. – sorride appena, voltandomi le spalle ed uscendo dallo studio. Ma la sento aggiungere a voce bassa, mentre si allontana, – d’altra parte, non è che questo sia un male. –

Mi riprendo dalla distrazione che mi causa il seguire il filo dei miei pensieri che siamo già intorno al tavolo, per cena. Mi ricordo confusamente di aver contribuito a preparare la cena e ad apparecchiare, muovendomi meccanicamente, seguendo gli ordini precisi delle donne che si agitavano intorno a me, sorridendo di Bel-Gazou che ci saltellava intorno cercando di cantare alla madre le canzoni che aveva imparato da me nel pomeriggio, e fingendo di non sentire i suoi rimproveri che la invitavano a più riprese a togliersi dai piedi e a non storpiare la “bella lingua di Dante e di questa cara ragazza che tanto si è prodigata per far entrare la poesia nella tua testaccia, mio bel tesoro” (parole sue, di Sidonie).
– Ah! la nostra amichetta si è svegliata! – a Sidonie non sfugge niente e, anche se non mi conosce molto, s’è accorta che sono tornata alla realtà in cui sono presenti anche altri oltre ai miei pensieri…e a lei. Noto però che dice “nostra” e non “mia”, come quando parla di altre amiche. E’ un modo di condividermi con gli altri, o è perché mi vuole tenere ancora ad una certa distanza?
– L’appetito non vi manca, nonostante la sventatezza. Bene! questo è tutto cibo buono, mica come la robaccia che mangiate in città. – il suo istinto e la sua presunzione mostrano di aver già inquadrato la mia situazione, le mie abitudini, la mia residenza consueta. Non le importa di aver ragione o meno: lei sa di averne, e tiene solo a quel che sa o pensa di sapere. Io non rispondo. Gli altri continuano il discorso da dove l’avevano lasciato, qualcosa sui frutti degli alberi che ci sono in cortile, se queste temperature fuori stagione li intaccheranno o meno. Non mi interessa, non mi fermerò per vedere il raccolto…
Dopo cena altre chiacchiere, punteggiate dagli strilli di Bel-Gazou che non vuole andare a dormire. Prima che Germaine ce la costringa a forza, con la promessa di svegliarla al più presto domattina per portarla a raccogliere le conchiglie sulla spiaggia, tendo una mano per farle una carezza…vorrei darle un bacio sui capelli, vorrei sentire il suo profumo infantile, di mare e di figlia-di-Sidonie: ma non ho abbastanza confidenza, e non mi arrischio. La madre invece le stampa un bel bacio sulla fronte, guardando me.
Mi sembra passata a malapena un’ora, quando Hélène si stiracchia sulla sedia, e Sidonie coglie al volo l’occasione: – Hélène, mia cara, già che andate a dormire… – se poi Hélène-cara avesse davvero intenzione o no di andare a dormire, questo è poco importante. – volete mostrare alla ragazza la sua stanza? vi auguro buonanotte, dolci signore. Possano i vostri sogni esser d’oro e d’argento! – ci congeda così, con parole scherzose, mentre il suo sguardo è già fisso, rapito, da Bertrand che ha il mento appoggiato al petto e guarda un libro aperto, rivolgendoci a malapena un cenno di saluto.
Io mi lascio condurre via da Hélène, cogliendo l’occasione di assorbirne il fascino ingenuo, che non si addice ad una signora matura (di cui, tra l’altro, non ha proprio l’aria); forse è proprio questa stonatura che trovo affascinante, come se dentro la donna si nascondesse un’adolescente che non si sforza troppo di togliersi il costume carnevalesco, ma non può fare a meno di comportarsi ogni tanto da ragazzina qual è, tradendo in questo modo un travestimento quasi perfetto. In cima alle scale, davanti alla porta della mia camera per una notte, do’ la buonanotte a questa giovane madame dolcemente, leggermente, e vado subito a sdraiarmi sul letto togliendomi soltanto le scarpe e tirando su il lenzuolo a fiorellini spenti quel tanto che basta a tenere a debita distanza l’umida frescura notturna, che entra dalla finestra che non ho neppure pensato di chiudere. Ci sono tanti rumori in una casa che non si conosce. In questa poi…è tutto un sospiro, uno scricchiolio, un gemito: dalle assi del pavimento alle persiane di legno delle finestre, dalle tegole malcerte sopra la mia testa agli animali e piante che popolano il giardino sotto di me…niente tace, nella notte. Neanche i miei coinquilini, sui quali però non voglio soffermarmi a pensare, per non rischiare di indovinare da dove o perché vengano alcuni piccoli rumori.
Dormo e non dormo, sognando strani eventi che non sono mai avvenuti; come faccio sempre, ma stanotte l’aria di mare e la giornata appena vissuta si mischiano nella mia testa fomentando il delirio notturno e non sempre piacevole che spesso mi prende. Mi ritrovo quindi alle soglie di una nuova alba, esattamente come il giorno prima, alla finestra. Ripenso con un tuffo al cuore all’altra finestra, a qualche chilometro da qui, che ieri mi ha vista ansiosa di partire prima che facesse giorno. Ripenso a quanto ansiosamente scrutavo il cielo alla ricerca delle prime luci, per cercare un passaggio che mi portasse più vicina a qui o almeno che illuminasse a sufficienza perché io potessi vedere dove mettere i piedi per arrivare da sola…cosa che poi ho fatto, impaziente fino allo stremo. Adesso invece scendo le scale, in punta di piedi, stringendomi nelle spalle e fermandomi ad ogni scricchiolio. Lei forse sente il mio passo pesante ed estraneo; ma non si alzerà. Forse riuscirò a farle credere che sono soltanto un uccello mattiniero, o che come lei amo essere la prima a bere i profumi del giardino fradicio di rugiada. Cosa che in effetti faccio, ma senza la tranquillità del villeggiante che poi può anche tornare a dormire…io mi stringo le braccia attorno al petto, per scaldarmi o per emulare il gesto con cui sono arrivata.
Ma io non arrivo: sto scappando.
Addosso ho solo le pagine spiegazzate che ho portato fin qui; la cartellina è sul pavimento, sulla soglia dello studio di Sidonie (non ho avuto il cuore di varcare l’entrata al santuario, non da sola, non così di nascosto, no). All’interno, un pezzo di carta strappato all’ultima pagina del mio romanzo, un messaggio per lei: “Grazie di avermi concesso qualche ora dei vostri occhi. Li ho trovati belli, troppo, e troppo profondi; me li aspettavo intelligenti, sì, e taglienti persino…ma non arrivavo ad immaginare tanta acuta immensità. Non sono abbastanza coraggiosa per tutto questo. Porto via le pagine della mia creaturina, troppo misera per una madrina simile. Con amore…”

Giornata a Roz-ven (1)

Sono arrivata qui a piedi, anche se è generalmente sconsigliato; non me ne sono preoccupata durante il tratto in treno fino a Saint-Malo, e poi arrivando a Saint Coulomb. Da lì non si può far altro che andare a piedi o farsi venire a prendere da un autista generosamente fornito…ma non essendo attesa, ho dovuto per forza di cose optare per la prima alternativa. Non importa, perché viaggio leggera, molto più che la maggior parte dei radi visitatori; e non mi fermo. Non ho dunque bagagli né altri pesi. E ho divorato la strada polverosa sotto il sole incerto del primissimo mattino, per arrivare al cartello di legno corroso dall’aria di mare in cui a malapena si legge Rozven, Rosa dei Venti, angolo sperduto e selvaggio. La casa ancora non si vede ma io so che è là, oltre il sentiero tra gli alberi; ma non prendo a sinistra, alla biforcazione, non ancora: mi tengo quel piacere per dopo, come prima cosa m’incammino trotterellando (sì, è una corsa che cerco di frenare, un entusiasmo che non voglio dare a vedere provando a camminare più lenta e rilassata, ma ci riesco a malapena) verso destra, sul sentiero meno battuto che porta diretto dalla strada vera e propria alla spiaggia. Ed eccoti: Sidonie, so che nessuno ti chiama così, per questo lasciamelo fare. Mi dai la schiena fissando le onde grigiastre, scalza sulla sabbia che non si è ancora scaldata al sole; da qui non vedo che la tua schiena solida in un abito a righe da marinaio, che avrai ripescato in chissà quale cassetto umido dove lo avevi abbandonato un’altra estate (perché a Parigi non si s’addice un vestito del genere, di cotone un po’ scolorito a grandi strisce bianche e blu, un vestito da casa al mare, punto), e la tua testa da “pastorello ricciuto”. Mentre ti guardo con la stessa muta attenzione che si rivolge ai paesaggi e ai dipinti, mi dimentico che tu hai un istinto acuto, proprio dei gatti e di tutte le altre bestie, e mentre io sono ancora sospesa ti volti. Com’è tagliente il tuo sguardo! non mi riconosci precisamente, ma mi concedi di balbettare qualche spiegazione mentre la cornice si fa più netta intorno a me. Aspetti solo il corso dei tuoi propri pensieri, e tronchi di netto i miei quando hai finito di ricomporre il puzzle. Annuisci, e i ricci crespi già di sale e di aria di mare ti scherzano sulle guance, come ho sempre immaginato. – Viaggiate leggera. – è la tua prima affermazione su di me; annuisco, stringendomi addosso la cartellina azzurra (scelta accurata: è lo stesso colore dei fogli che usi tu!) da cui fanno capolino disordinatamente un buon numero di fogli dattiloscritti e pieni di aggiunte a mano. Di nuovo, balbetto qualche altra parola (riesco forse a non balbettare in tua presenza?) ma tu non mi ascolti: hai già deciso il da farsi, e mi inviti con un lungo sguardo e movimento distratto delle dita a seguirti. Torneremo insieme verso la casa, passando dai gradoni di pietra che la collegano direttamente al mare? Sì, va esattamente così. Seguo i tuoi piedi nudi che ritrovano automaticamente la via, e nel frattempo mi gusto il piacere del sole che si fa a poco a poco più forte, che ti accarezza le braccia forti e sode nonostante l’età non sia più verdissima; dovete essere arrivati da pochi giorni, perché la tua pelle rilassata è ancora color Parigi, e lo smalto rosso sulle unghie dei piedi è ancora perfetto. Di minuto in minuto sento però sempre più forte l’impulso di distogliere lo sguardo da te e puntarlo poco più avanti: è la casa che mi chiama. Le pareti appena scrostate, la vegetazione rigogliosa, curata ed amata, le gabbie di uccelli sotto il portico…riconosco tutto, e soprattutto mi fa sorridere e mi commuove fino a stringermi un groppo in gola la voce che ti chiama dall’interno: – Maman, sei tu? – quel cucciolo di donna che tu chiami Bel-Gazou ha un istinto ed un fiuto pari al tuo, e ti ha sentita arrivare prima di scorgerti o di udire i tuoi passi. Eccola: uno scricciolo, gazzella, scimmietta, una via di mezzo tra te e il padre, Henri, che non ho mai visto; e dietro di lei? è Bertrand, di sicuro, questo ragazzo che guarda me e te e me ancora da sotto in su attraverso un ciuffo di capelli che sta già andando oltre le regole della scuola. – Chi vuoi che sia, Nettuno il Re del Mare che è venuto ad invitarti per il tè? Bel-Gazou, hai uno sbaffo d’inchiostro sulla guancia, pasticciona. Bertrand, dovremo tagliarti i capelli uno di questi giorni, prima che tu diventi un selvaggio. – quest’ultima frase è pronunciata con tanto scarsa convinzione che il ragazzo non finge neanche di tirarsi indietro quando Sidonie gli si avvicina per affondare una mano in quel vello fitto fitto che presto schiarirà grazie al soggiorno marino. Bel-Gazou si stropiccia la guancia per pulirsi, e mi guarda fissa. La madre la riprende immediatamente: – Che hai da star lì come un pesce in una boccia? via, vai a chiamare Germaine, che mi aiuti a trovare una sistemazione alla signora. – cerco di spiegare che non ho intenzione di fermarmi, che sono qui solo per una visita di un giorno; ma la sua mano mi risponde “sciocchezze!” meglio di quanto la sua voce potrebbe fare, mentre già s’allontana incontro alle sue occupazioni. A sorpresa, è la bambina che mi prende il braccio, tirandomi leggermente per un lembo del vestito: – Di qua, c’è la cucina…vi faccio conoscere Hélène, mentre la mamma sistema per voi. Poi ci raggiungerà. – parla di una routine che già conosco, ma non posso dirglielo; la seguo semplicemente, respirando a fondo l’odore di erbe aromatiche, umidità, sabbia vecchia e legno di barca che ancora imbeve le pareti della casa; non mi sbagliavo, sono sicuramente arrivati da pochi giorni: la casa ancora sa di chiuso, di inverno al mare. Distratta ancora una volta nei miei pensieri mi ritrovo seduta su una panca di legno, davanti ad una donna che sfaccenda intorno ai fornelli. – Hélène – mi presenta Bel-Gazou – questa è un’amica della mamma. Forse si fermerà a dormire, o forse no. – la donna si volta con una tazza di caffè in mano ed un sorriso. Non è giovane ma è bella, dolce, meno netta di Sidonie ma comunque affascinante; forse un po’ più timida, e più triste. Appoggio la cartellina sul tavolo e prendo il caffè dalle mani di Hélène, cercando qualcosa da dire in risposta a quel sorriso…ma ecco che rientra Sidonie come una folata di vento che spalanca le finestre, seguita da una ragazza carina, che sembra un tipo molto più pratico e forse più sbrigativo di tutte le altre messe insieme: – Ah, avete già cominciato a sistemarvi! bene, si fa prima. Hélène, non abbiamo sufficiente pane per oggi, e latte per domattina: vuoi fare una scappata al mercato? portami anche del sapone di Marsiglia, e soprattutto portati Bertrand, che non mi stia qui intorno a ciondolare mentre mi do’ da fare…può portarti i pacchi. Per il pranzo mi arrangio, ma pensa a qualcosa per la cena…del pesce fresco se ne hanno, a voi cosa piace? – guarda me, ma non attende risposta. – oh, non importa, fai tu Hélène. Prendi la macchina e l’autista, via, prima che si comprino tutto i paesani. – con le mani fa segno “sciò sciò” diretto alla donna che ridacchia, asciugandosi senza troppa fretta le mani con un canovaccio. Mi passa davanti piegando appena la testa, e la sento attardarsi all’ingresso per mettersi il cappello e forse prendere una sporta di paglia, in attesa di Bertrand, silenzioso e lento. Poi la porta schiocca e me li dimentico. Cerco di riprendere il filo degli ordini che Sidonie sta ancora snocciolando, dopo essersi avvolta quasi tutta in un grembialone scolorito ed aver nascosto i capelli in un fazzoletto a fiori vivaci (da cui scappano come possono, ribelli!): – …allora, Germaine! le lenzuola le laviamo domani, il tempo sarà migliore, oggi pomeriggio pioverà un po’… – come fa, le tremano le vibrisse? legge il volo delle api? – Bel-Gazou, credo che tu abbia una lezione da studiare. Non fare quella faccia, Germaine ti aiuterà, testona. Poi quando avrai finito potrai smettere di assillare la mia povera amica ed andare a giocare fuori. Via, su! – Sidonie non vede l’ora, evidentemente, di cacciar tutti fuori dalla cucina. Io mi sono alzata, ma sono incollata al pavimento vicino alla panca. Così è inevitabile che mi piova addosso uno dei suoi sguardi obliqui tanto famosi: – Oh, sì, voi, naturalmente…mettetevi là, se non vi dispiace parlarmi mentre cucino. No, non là davanti alla finestra, che mi togliete la luce…appoggiatevi piuttosto al muro dall’altro lato, se proprio non riuscite a stare in piedi senza un sostegno. – il tono brusco viene appena smorzato dallo sguardo divertito ma gentile che mi lancia, mentre come un sacco di patate mi sposto dal lavabo (a cui effettivamente mi ero appoggiata, dando le spalle alla finestra) al muro opposto: ma non mi appoggio, rimango in piedi con le mani intrecciate. – Bene…ovvero, meglio. Iniziate a raccontare. – non ho nulla, in verità, da raccontare; ma come contraddire questa donna iperattiva, con le maniche rimboccate fin sopra i gomiti e i riccioli sugli occhi, impegnata come una vera massaia d’un tempo a pestare, tagliare, sciacquare, il tutto in attesa che io cominci a parlare? non potrei neanche se volessi.
– Ebbene, signora Co… –
– Uh! signora! mi fate sentire tanto più vecchia di voi! e non dico di non esserlo, badate, si vede da quelle guancette tonde che avete più l’età di Germaine che la mia. Però, via, ho forse la faccia da “signora”? – non fa in tempo a dirmelo che il suo viso è vicino al mio, tanto vicino da farmi sentire profumo di verbena; sì, riconosco anche questo, e socchiudo gli occhi in un modo che la fa ritrarre ridendo. – Lasciamo stare… – mi guarda di sottecchi, invitandomi a continuare.
– Bene, ecco. Voi conoscete l’ammirazione che ho per voi… – un gesto della sua mano robusta vorrebbe interrompermi, ma lo afferro al volo e lo fermo a mia volta – no, è proprio così, lasciate che ve lo dica dal profondo del mio cuore. – forse questa precisazione l’ha calmata. – Ho letto ogni cosa che avete scritto, e tutto quel che ho potuto trovare scritto a proposito di voi. – mi accorgo troppo tardi di quanto suoni aggressivo e pedante al tempo stesso quest’ultima frase, e arrossisco, ma è meglio che non mi fermi adesso. – Credo ad ogni modo di saperne abbastanza per affermare che un complimento di tutto cuore lo accetterete, anche di malavoglia, ma non potrà darvi fastidio se vi dico, anche se malamente, l’affetto che ho per voi. – Ho pronunciato queste frasi quasi mangiandomi le parole. Lei sorride, adesso, scuote appena appena la testa ma non aggiunge altro, perciò continuo. – Dunque…vi ho portato le mie pagine. Non credo valgano molto, e sono piene di aggiunte e correzioni, non ho fatto in tempo a farne una bella copia… – a questo risponde con una scrollata di spalle che vuol chiaramente significare “di questo poi, che me ne importa!” – …ma quando ho saputo che eravate a Rozven, sono venuta di corsa! ve ne siete accorta, no, che sono arrivata di volata, stamattina? –
– Ma sì, certo… – sembra stia per aggiungere qualcosa, ma mi guarda e tace. Poi riprende a preparare il pranzo.
– Ecco, dunque… – mi volto appena, per indicare la cartellina che è appoggiata a caso sul tavolo come una tovaglietta per la colazione cucita male. Lei non mi vede, mi da’ le spalle, eppure si volta nello stesso istante verso la cartellina, concedendo a quelle pagine disordinate un breve sguardo attento. – Mi piacerebbe tanto se voi poteste leggere quello che ho scritto…e darmi un’opinione. Una qualunque, non cerco lodi, ditemi quel che volete, quel che pensate… – mi guarda, con una tenerezza che forse sconfina un po’ troppo nella compassione. Si pulisce le mani col grembiale, per poi allungarsi a prendermi il mento tra le dita. La pelle è più morbida di quel che pensavo; odora di timo e rosmarino e olio.
– Mia cara ragazza… – sospira, poi lascia andare la presa sul mio viso. – Mi domandate se vi ho vista, stamattina, lo stato in cui eravate e come siete arrivata: sì, ho visto tutto, ed ho capito perché eravate qui. L’ho visto, l’involto che tenevate stretto al petto come un bambino, e sì, mi piace il colore della cartellina. Siete furba, o solo innamorata di tutta questa idea… – un gesto vago che include la casa, le pagine, il mare, sé stessa, incornicia l’ultima frase pronunciata. – …ma in ogni caso, leggerò quel che mi avete portato da leggere. Non lo farò perché mi avete domandato di darvi un parere; o meglio, di dirvi “qualunque cosa”…avete detto così? – una pausa per guardarmi in fondo agli occhi – Io non sono il tipo che dice “qualunque cosa”, ma vi perdonerò questa leggerezza delle parole. E sapete perché perdonerò, e perché leggerò, e risponderò? – mi guarda ancora, nel profondo, e scende un breve silenzio pesante tra di noi. Dalla finestra aperta ci arriva la vocetta di Bel-Gazou che canticchia una filastrocca di cui non conosce tutte le parole. – Beh, farò tutto ciò che ho detto, per nessun’altra ragione che avete gli occhi verdi. Vi basta come spiegazione? per me sarebbe sufficiente, ma vedo che per voi non lo è. Allora vi dico che avete gli occhi verdi come la Luce di Claudine…ah, questo sì che vi piace! – ha notato subito il guizzo di un sorriso che mi ha increspato le labbra senza che potessi trattenerlo. – Ecco, allora, adesso mi capite. Quindi sappiate che vi accontenterò in cambio di un po’ del vostro tempo passato qui, con noi. Vi accontenterò per i vostri occhi verdi, per i vostri capelli lisci tanto quanto i miei sono ricci, per il modo in cui stringevate quei fogli al petto, per il modo in cui il vostro viso fronteggiava il vento stamattina sulla spiaggia…oh! sono arrivate le provviste! – s’interrompe così bruscamente che barcollo. E’ vero, però: senza che io sentissi niente tranne la voce del mio idolo bruno, è rientrata la macchina con a bordo Hélène e Bertrand e la spesa. E Sidonie mi lascia, uno straccio frastornato appoggiato al muro della cucina, per andar loro incontro e sommergerli immediatamente di rimproveri, commenti, battute leggere che forse distrarranno la loro attenzione abbastanza da permettermi di riprendermi e non dar loro a vedere la confusione che questa conversazione, troppo breve, mi ha lasciato addosso. Lei fa sempre questo effetto; lo sapevo già e non ci ho pensato prima.

Noppera-bo

The Faceless Ghost, o Senza Volto.
Neanche un nome che valga la pena di essere scritto. Un mantello in stile antico, per mascherare la mancanza di forme, ed un cappuccio troppo grande per nascondere la faccia che non ho. Forse è un bene che non ce l’abbia, ma proprio per questo a volte ne vorrei una. Perché se è vero che gli occhi sono lo specchio dell’anima, io non ho occhi; e non ho anima. Mi calo nei panni altrui perché questo vecchio mantello mi annoia, dopo tante migliaia di anni passati a sguazzarci dentro. Cerco attraverso gli occhi degli altri di restituire un’espressione, un’emozione che assomigliano a quelle che proverei io. Gli specchi non mi servono, perciò li cerco negli occhi degli altri: e non avendo occhi miei, non vedo niente. Che è quel che mi convinco di essere: niente. Una lunga parentesi di nulla, aperta in un tempo remoto e che non si chiuderà nel futuro prossimo. Perché poi? Anzi: il nulla è quanto di più vicino alla realtà di oggi. E’ una specie di annullamento che non ha niente a che fare con la pienezza cosmica della meditazione, o con il vuoto ricco di significato della filosofia zen; non è il silenzio della mente che conduce ad un sonno ristoratore: è solo silenzio, Il Silenzio, la voragine. Per me è cibo; non tanto perché mi piaccia poi così tanto il suo gusto insipido e noioso, ma perché nello spazio che abito non c’è altro da mangiare…se non qualche occasionale brivido di paura e qualche strillo, quando faccio la mia comparsa in mezzo alla gente che ha tanti visi, ma non ne conosce bene nessuno. Se hai mai guardato bene il viso di una persona, ne conosci le increspature e i tremiti, le pieghe e le mosse, lo scintillio degli occhi che è come un’impronta digitale; se ne conoscessi davvero uno, almeno uno dico, non potresti metterti paura vedendo me che lo imito: perché non sarò mai la stessa cosa. Io rifletto un attimo, un’espressione distorta di un viso, come tu indosseresti una maschera di Carnevale: puoi confondere una maschera di gomma con un viso vero? seriamente? e allora. Io mi diverto, e basta; o meglio, spezzo il tedio dei millenni facendo qualche capatina fuori dalla stagione delle maschere, per creare un po’ di trambusto quando la notte è nera e tempestosa. Ovviamente, non ci sarebbe nulla di emozionante nel venir fuori a mezzogiorno di una giornata di primavera…sarebbero tutti troppo impegnati a far altro per considerare me. Devo trovare un minuto, l’ora precisa in cui non hai niente da fare, e nessun’altra compagnia se non te stesso e il buio; dove io mi nascondo meglio, mi muovo con più tranquillità, con la sicurezza di non esser visto (tanto, nessuno mi vuole vedere). E così spunto fuori, eccomi! sono qui! guardami! non puoi evitarlo! e cerco di assumere l’aspetto che più si adatta al momento, un certo non so che da attrarre la tua attenzione…in un modo o nell’altro. Certo, a volte fa paura; trovarsi davanti un amico o un nemico, è più di quanto io possa sapere: io arrivo e basta, sbaglio spesso l’aspetto da assumere, ma che ci posso fare? nessuno mi ha mai insegnato come scegliere, faccio quel che posso, a volte indovino…a volte no. Anche un urlo, da una parte, mi basta come ricompensa; assumere un ruolo costa una certa fatica, almeno suscito una reazione.
Sono belle parole quelle che affermano che bisogna mostrarsi per quel che si è: io non sono. Niente.

La favola della regina che non c’è.

Cara piccola, oggi ti racconterò una storia; è unica al mondo, e mai nessuno l’ha sentita prima di te (anche se qualcuno è stato fortunato abbastanza da vederla): quindi sta molto attenta.
E’ la storia di una Regina – lo so, che in genere le favole parlano di principesse; ma vedi, te l’avevo detto che questa era una storia speciale, proprio perché questa Regina era molto speciale. Cosa avrà mai avuto di speciale? ti sento, me lo vuoi chiedere. Bene, allora lasciami raccontare. Questa Regina aveva lunghi capelli castani, ed occhi dello stesso castano; e tra i capelli aveva fili d’argento, uno per ogni risata fatta, uno per ogni avventura vissuta, uno per ogni persona a cui si era rivolta con un sorriso: quindi puoi immaginare quanti ne avesse, alla fine di questa storia (ti avevo già preannunciato che era speciale, no?). Era una Regina giovane, comunque: e tu sai come si diventa regine già da giovani? tu sei una piccola principessa, quindi è giusto che lo impari – allora te lo insegno io. O meglio ancora, ti dirò come Lei ci è riuscita, così che tu possa imparare direttamente da Lei: perché così è giusto, che una principessa segua le orme materne per proseguire il cammino che Lei ha iniziato.
Allora, questa Regina, aveva molti difetti: so che non si dovrebbe dire, perché nelle favole e quando le persone non ci sono non è bene parlare delle loro mancanze. Ma sai qual è la verità? non esistono mancanze, quando i tuoi difetti li trasformi in coriandoli. E così infatti era: questa Regina di cui ti sto parlando aveva davvero molti difetti: non era bianca come la neve e rossa come una mela matura, era distratta e si faceva sempre attendere da tutta la corte; perdeva le cose, non si metteva i vestiti da gran sera, e spesso da ragazzina si metteva nei guai. Ma dalla sua parte aveva un grandissimo potere: ridere. Vorrei tanto che tu l’avessi sentita riderci su …di ogni suo difetto, delle burrasche attraversate, delle imperfezioni, dei piccoli problemi: una scrollata di spalle, e puff! tutto sparito. E’ una magia molto antica, e molto potente, questa che ti ho rivelato: ti auguro di poterla imparare, ed usare per tutta la vita… ma non sarà facile, io non so neanche come Lei sia riuscita a dominarla così bene: ma ora, vedi, non possiamo più chiederglielo.
Perché vedi, c’è un motivo se di Regine sagge ce ne sono poche al mondo: il Male ne è invidioso, e le rapisce.
Questa Regina, devi sapere, crebbe in un castello molto piccolo; e per molti anni non seppe neanche di essere regina. Visse molte avventure, alcune divertenti, altre molto pericolose; si lasciò tentare da streghe maligne e da fuorilegge travestiti da cavalieri, perché non era capace di negare un sorriso a nessuno. E molti per questo credevano che fosse un’ingenua: e invece no! Lei usò sempre il suo potere, ed alla fine tutti i cattivi furono sconfitti. Ti immagini il Grande Stregone Malefico quanto poteva infuriarsi per tutto ciò? ed allora cominciò a tramare, nell’ombra, negli angoli oscuri, dietro le spalle della Regina …e nessuno in tutto il regno lo sapeva, e quei maghi che a corte avrebbero potuto sventare i piani dello Stregone non si accorsero di niente.
Nel frattempo, Lei crebbe, circondandosi pian piano di persone più fidate; finché, tra queste persone, Lei non conobbe anche un Re. E come poteva un vero Re non innamorarsi di una vera Regina, saggia e divertente? infatti, non poteva. Dunque si innamorarono pazzamente, e decisero di costruirsi un castello tutto per loro, bellissimo ed accogliente.
E il Grande Stregone Malefico intanto raccoglieva le forze, sempre più invidioso e furente; e di tanto in tanto inviava le sue spie, piccoli draghi viscidi e silenziosi, a tenere d’occhio il castello, arrampicati lungo le mura – ma se qualcuno di loro provava ad avvicinarsi, il Re prontamente interveniva a scacciarli, per non far impaurire la Regina. Purtroppo nessuno dei due sapeva chi era il padrone di quegli orrendi esseri …
Nel frattempo la vita al castello continuava serena, con frequenti visite di dame e cavalieri, spettacoli e banchetti. Tanta era la gioia, e tanto l’amore che riempiva quelle solide mura, che ad un certo punto (me lo ricordo bene, era nel bel mezzo dell’inverno) nacque una principessa: un raggio di sole sulla neve, una piccola magia che tinse le mura del castello dei colori dell’arcobaleno. E tutti ne erano entusiasti, il Re e la Regina, i loro genitori che ad ogni momento coglievano una scusa per raggiungere il castello e cullare la principessina, gli amici, tutto il mondo!
Forse fu proprio questa grande felicità ad offuscare la vista di tutti, impedendo loro di vedere che il Grande Stregone Malefico si era risvegliato, ed aveva scoccato dardi avvelenati al petto della Regina. O forse, l’arrivo della principessa ritardò anche solo di un attimo lo scorrere di quel veleno … ma il Grande Stregone Malefico era subdolo, non solo crudele. Sfuggì agli sguardi dei maghi più potenti, allertati dal dolore che la Regina aveva cominciato a provare in cuor suo. E pozioni ed incantesimi furono provati su di Lei, senza alcun effetto, lasciando solo un velo di nebbia intorno, sempre più densa man mano che i giorni si accumulavano senza che il dolore accennasse a diminuire.
La Regina dovette abbandonare il suo castello e la piccola principessa ancora in culla, per cercare di sfuggire alle grinfie dello Stregone. Ma lui ormai era dovunque, la disattenzione dei primi tempi gli aveva permesso di insinuarsi in ogni angolo del regno; e sebbene si fosse reso invisibile, la Regina sentiva la sua morsa addosso in ogni istante, senza però che nè lei nè alcun altro della sua corte riuscissero a capire da dove venire questo senso di orrenda oppressione ed il dolore che sempre di più avvinghiava il corpo della Regina. Il Re le stava sempre accanto, ed il suo valore teneva a bada momentaneamente gli incubi della sua sposa; e con un sorriso solo lievemente appannato Lei continuava a narrare le gesta di Lui alle sue dame di corte, quando la andavano a trovare.
Ed alla fine arrivò il giorno, alla fine della sapienza di maghi ed alchimisti, in cui il Grande Stregone Malefico riuscì ad allungare le sue mani nere sulla Regina; e nel giro di pochissimo tempo, quasi prima che tutti potessero rendersene conto, le strinse le crudeli dita intorno al collo e se la portò via. Dove, non lo sappiamo. Fino a quando rimarremo separati da Lei, non ci è dato conoscerlo in anticipo.
In molti sfilarono presso le mura del castello, piangendo la scomparsa della Regina saggia; cavalieri, dame, principi e principesse, e persino giullari, mercenari e curiosi.
Io, che non ero che una dama della sua corte, posso dirti solo che non so dove il Grande Stregone Malefico l’ha portata: ma credo che ad un certo punto, Lei farà in modo di farsi trovare. Magari Lei già conosce il posto, dove potremo incontrarci ancora al riparo da ogni male; e la ritroveremo lì ad aspettarci, quando sarà il momento – solo che, per questa volta, sarà lei ad essere arrivata in anticipo.

To be, or not to be, Ophelia ?

He took me by the wrist and held me hard;
Then goes he to the length of all his arm;
And, with his other hand thus o’er his brow,
He falls to such perusal of my face
As he would draw it. Long stay’d he so;
At last, a little shaking of mine arm
And thrice his head thus waving up and down,
He raised a sigh so piteous and profound
As it did seem to shatter all his bulk
And end his being: that done, he lets me go:
And, with his head over his shoulder turn’d,
He seem’d to find his way without his eyes;
For out o’ doors he went without their helps,
And, to the last, bended their light on me.

E’ pazzo, è pazzo; ed io non sono che Ofelia.
Non è di me che è pazzo, Amleto, seppur possa lui esserlo realmente. Ha sì espresso il suo affetto tante volte, a me direttamente e non, prima che mio padre mi proibisse di vederlo; ma non è mai stato sconvolto da quell’amore che i menestrelli cantano e che induce alla follia. Non era quello l’amore di Amleto per Ofelia; un fiore, un pensiero, il tocco di una mano: tutto questo non induce un uomo a correre qua e là come una falena troppo vicina alla luce, ad impallidire e a proclamare versi sconnessi. Eppure è quel che Amleto fa, ora, giorno e notte senza posa.
Non è Ofelia che gli fa battere il cuore come un puledro che vuol liberarsi della sella nuova.
Non è Ofelia che gli brilla negli occhi scalmanati, che spingono per uscire dalle orbite alla ricerca del motivo della sua follia.
Non è Ofelia che tende i suoi muscoli in spasmi che l’amore di una nubile non conosce.
Amleto è pazzo: ma di chi? per quale motivo? quale mattino è spuntato oltre l’orizzonte colpendolo col primo raggio di follia? Ofelia non sa, non capisce, eppure vede coi suoi occhi ingenui la bruciatura che quel raggio incandescente ha lasciato sulla testa del suo Amleto. E sul suo cuore, pure? forse; bruciando l’esile corda che lo teneva legato al cuore di Ofelia.
Ed ora entrambi i cuori vagano; senza meta l’uno, senza oggetto d’amore l’altro.
Fossi stata io l’artefice di tanta frenesia! per un momento l’ho pensato.
Quando la sua mano mi ha abbrancato, dopo che avevo accondisceso all’ordine di mio padre di limitare l’accesso dei suoi sguardi a me; quando il suo viso trasfigurato si è accostato con veemenza al mio, e mi ha stretta con furia immotivata: fosse stato per l’ardere del suo e del mio amore! Per un attimo sono stata infatti sconcertata dal suo ardore, inebriata: ho desiderato in cuor mio che mi dicesse – Ahi, Ofelia! non distogliere mai più i tuoi occhi dai miei! Vedi in che stato mi riduce la tua lontananza? Osserva l’effetto che il tuo distacco produce su di me! Non lasciarmi mai, mai più, mia Ofelia! – ma non erano quelle le parole, bensì le parole di un pazzo, malato sì, ma non della febbre della passione.
Eppure non era forse febbre, quella che gli ha confuso la mente, tanto da non riconoscere più la sua Ofelia, né mio padre, né la sua stessa madre e lo zio? Fino a qual punto può spingersi una malattia, che già dai primi sintomi infetta la capacità di discernere e ricordare, ma non quella di ragionare? perché lui sì ragiona, e bene anche! se anche i suoi discorsi non hanno né capo né coda, pur hanno un certo costrutto, ed un contenuto valido! ma non sono più venati d’affetto per Ofelia…
I suoi discorsi, ah! adesso son pieni di ragionamenti sulla Fortuna, sulla Vita! e si nasconde per far queste chiacchiere dietro una maschera da attore! che fine ha fatto Amleto che amavo? che mi faceva capire, con gentili parole ed ancor più gentili gesti, che mi amava? ritratta adesso le sue parole, il folle! e se pur mi sembra di leggere, dietro i suoi occhi iniettati di bizzarria, un certo qual scoramento…una tristezza di fondo, forse, che stona con le sue parole…come può Ofelia credere al suo istinto, ormai? Dopo averlo interamente sacrificato sull’altare di un affetto nascente, ed aver visto il sentimento spazzato via da una repentina pazzia! che parole può trovare Ofelia, per rispondere colpo su colpo in questo surreale duello con la malattia che stravolge il carattere del suo caro Amleto?
Mi è impossibile, impossibile dico, trovare argomenti che strappino Amleto alla sua frenesia! mi risponde con frasi corrette nella pronuncia e assurde nel concetto! mi schiaffeggia con giri di parole che mi lasciano sempre perdente! parla di purezza, di Dio, e lancia maledizioni; parla di castità, virtù ed onestà: ed un istante dopo parla all’opposto. Dormire, morire? ah, caro Amleto, al tuo fianco accetterei entrambe! e dunque, perché no? per la tua mano, bagnata del sangue di mio padre? per i tuoi occhi, del colore dell’esaltazione? per la tua bocca, da cui sgorgano parole come fruste appuntite? per te, Amleto, per te è la tua Ofelia! Se sei malato di pazzia, il tuo delirio non potrebbe essersi attaccato a me, col contatto delle mani? e dal tuo fiato al mio, oh pazzo Amleto, non potrebbe aver volato il germe della follia? è così, naturalmente, mio caro! tu non sei un medico capace di curare la mia febbre d’amore, né di restituire la vita a mio padre, e dunque ascolta la ricetta medica che ti propongo: dividere a metà la pazzia, perché sia un po’ tua ed un po’ mia.
Sopravvivremo a tanto ardore? via, lascia che io mi bagni le mani per cercare refrigerio nell’acqua; non potrà estinguere la mia sete di vita, ma potrà forse sbollire leggermente questa isteria che mi possiede. Mi bagnerò il viso, per aumentare l’efficacia del rimedio. Anche i piedi, perché la frenesia mi prende tutta, e mi fa scalpitare. Meglio forse concedermi fino a mezzo busto, per godermi un po’ di frescura, nel caldo soffocante della confusione che mi opprime. Non sei stanco, tu, Amleto, di correr dietro alla follia come un uccellino innamorato? io sì; non sono più la cerbiatta instancabile che conoscevi un tempo. Mi sdraierò un momento qui, nell’acqua; e forse il mio corpo pesante, e la mia anima di piombo e lacrime, troverà riposo su questo melmoso fondale…

Il peso che ci portiamo addosso.

Il peso di quello che non ci piace, dei comportamenti ripetitivi e autolesionisti, degli atteggiamenti negativi,
è come una pietra enorme, pesante, che ci portiamo sulle spalle;
se la mettiamo giù, ma non siamo decisi e non ci spostiamo in fretta, ci cade sui piedi e fa male: allora dobbiamo riprendercela sulle spalle – convinti che non ci sia altra soluzione – e tutto ricomincia.
Sarebbe necessario trovare un punto alternativo su cui fare presa appena scaricata a terra la nostra croce; così, da un minimo di distanza, si potrebbe guardarla e lasciarla serenamente lì dov’è, lontana da noi.
Poi, girarsi e andare avanti.

Raccontami una Favola

Una Favola per Bambini Grandi.

C’era una volta una bambina…ma forse detto così è un po’ poco…diciamo, una ragazza. Beh, non è esatto. Una giovane donna? Forse è un po’ troppo, non esageriamo. Una via di mezzo, ecco. Ah, no: sulla Via di Mezzo è dove si è incamminata un giorno, così, per non cadere nella tana del Bianconiglio perché lì ci vanno tutti…Aspetta, ricominciamo.
C’era una volta una…ragazzina. Che un giorno, non so dire adesso se fosse un bel giorno o no (comunque non era una notte buia e tempestosa, giuro), si incamminò sulla Via di Mezzo. Che è quella strada un po’ tortuosa ma abbastanza larga che sta tra il Polo Nord e il Polo Sud, ovvero tra tutti gli estremi (e gli estremisti) del mondo. Ma siccome questa ragazzina, di natura, nei sentimenti non conosceva vie di mezzo, si perse quasi subito. Come del resto le succedeva in quasi tutte le situazioni…perdersi, intendo; e anche non conoscere vie di mezzo, ma insomma, una cosa per volta. Sai quando ti perdi per strada, ma è perché prima ti sei perso con la testa, chissà seguendo cosa, chissà dove? Ecco, così succede sempre. Perciò, diciamocelo in tutta confidenza visto che adesso puoi ben capire, questa benedetta ragazzina ci mise un bel po’ di tempo ad imboccare la Via che s’era scelta; tra l’altro, l’aveva scelta di sua spontanea iniziativa, e con convinzione. Anche perché all’inizio, proprio lì su quell’ampio piazzale da cui partono tutte le vie, ne aveva incontrata di gente buffa! e la maggior parte di quella gente aveva tutta l’intenzione di prendere una via o l’altra, ma sicuramente dritto verso Nord o verso Sud, oppure senza deviazioni verso Est o verso Ovest, e in molti volevano portare Daisy via con sé. Non l’avevo già detto il nome della ragazzina? Daisy, si chiamava; si chiama ancora, suppongo, perché non dovrebbe (e chi non vorrebbe?). È un diminutivo, lo sapevi? Ma non solo; è anche un nome, nome comune di fiore, ed anche un nome proprio, nel nostro caso nome proprio di ragazzina. Quindi è il nome giusto. Non diminuiamola troppo, la nostra Daisy: abbiamo soltanto lei! Quindi torniamo dove eravamo: sul piazzale da cui partono tutte le strade. Anche perché se è vero che tutte le strade portano a Roma, da qualche parte dovranno pur partire…ed eccoci, allora.

Al primo passo nella direzione prestabilita corrisponde una sorta di morbido tappeto erboso, un angolo piccino proprio sul bordo dello spiazzo: e lì c’è un coniglio bianco, il più classico tra i conigli bianchi, ben vestito e parlante, proprio come si deve dunque. Un bel coniglio, tra l’altro, col naso rosa, le orecchie lunghe e il pelo setoso; piuttosto grandicello, specialmente a paragone di Daisy, che non ha ancora finito di crescere (d’altra parte, se non si finisce mai d’imparare, e gli esami non finiscono mai, e anche l’universo è infinito…perché proprio di crescere, bisogna smettere? Non è male, come idea, lo capisco, ma fin’ora c’è riuscito solo Peter Pan); e da bravo classico coniglio bianco, il nostro ha anche una insana passione per le carote e il tè. E ha un moderato accento britannico; il che non guasta. Dietro al morbido tappeto erboso c’è l’imboccatura della tana del Coniglio; sicuramente ben arredata e tutta fatta a misura, ma non si può sapere per certo, non si spia in casa d’altri, vergogna! In ogni caso, possiamo tranquillamente dire che intorno alla tana i fiori sbocciano tutto l’anno, e cantano, insieme alle api, che non pungono (ma fanno il miele, in caso un piccolo orso buono passasse di là e avesse bisogno di far merenda). Sul prato c’è un telo da pic-nic a quadri bianchi e rossi, un cestino pieno ed ordinato, e tutto questo è all’ombra di un bell’albero frondoso e senza formiche. A volte si vedono in giro dei topolini, anche loro parlanti e ben vestiti, che vengono a prendere il tè. Daisy si ferma giusto un po’, perché è ancora mattina presto, e bussa alla porta di Casa Coniglio; si può mica far colazione? Ma certo, naturalmente! Il sole sta sorgendo ed i suoi raggi lunghi e fini bussano alle finestre, gli uccellini cantano e ballano, e insomma: è primavera. Il Coniglio non se ne era ancora accorto (forse non ci fa poi così caso, per lui è sempre primavera! Eh!), perciò esce di casa in camicia da notte e cuffietta col pon-pon: che figura! La figura di un libro di favole, è evidente. È un po’ alterato, il signor Coniglio, ma c’è poco da fare: è ora di cominciare! Un giro per l’orto, a raccogliere carote; e poi un salto in dispensa (si sa, i Conigli nei salti sono proprio forti), a vedere se c’è un po’ di torta (certo che c’è) e magari del pane e burro e marmellata (naturalmente), e qualche biscotto (con la glassa): c’è tutto! Si può andare a far colazione fuori, però già vestiti e col pelo pulito e spazzolato, mi raccomando. E intanto si posson fare due chiacchiere, già che ci siamo:
– Coniglio, dimmi un po’, tu ce l’hai un nome?
– Per forza, Daisy, certo che ce l’ho. Mi chiamo Marzolino Roger Bianco, Coniglio di cognome. Ma tu chiamami un po’ come vuoi, tanto non è che rispondo, in genere.
– Va bene. Ma le coccole, ti piacciono? Le carezze sulla testa e sulla schiena, e se ti gratto dietro le orecchie?
– Beh sì, ma preferisco carote e mele. Oppure biscotti e tè.
– Certo, dipende da che gioco stiamo giocando.
– Naturalmente. Lo sai che presto sarà Pasqua?
– Davvero? Non mi pareva proprio.
– Sciocca. Qui è sempre quasi Pasqua! Dovremo decorare le uova, un giorno o l’altro, bisogna ricordarsene. Questo non vuol dire che non si possa passare una serata davanti al camino con una cioccolata calda, se ti va. Ma se vuoi dei biscotti allo zenzero, dovrai andare da Focaccino, che abita più in là.
– Ci andrò, certo che ci andrò! Sai dove abita, più di preciso?
– Più o meno a Natale, bambina mia. Mi sembra ovvio.
– Ah, beh, sì, certo. Mi piace il Natale! Mi piace tantissimo. Non vedo l’ora di andarci.
– Allora sarà il caso di darsi una mossa, non è che abbiamo finito qui eh.
C’è sempre un sacco da fare, in quest’angolino…ci sono le farfalle che si fermano a chiacchierare, il grillo, la cicala e la formica che devono raccontare ognuno la sua, poi il riposino dopo mangiato, un po’ di altalena, le figure da colorare, i castelli di sabbia da costruire (anche se non assomigliano ai castelli veri non importa, vero?); e poi bisogna pur inventare qualcosa, prima dell’ora di cena! Non so, un’avventura con cavalli alati e principesse guerriere e bacchette magiche; o una gara tra cavalli da giostra ed elefanti volanti. E c’è da fare un salto (l’ho già detto, i Conigli son bravi in questo! E si divertono, anche!) al mercato dei sassolini, erbe e fiori: è importante. Poi si torna a casa per merenda, se si può andare al circo tanto meglio, si va, e poi si torna e fiabe della buonanotte e a nanna. Che giornatina impegnativa! Ma tutto questo Daisy lo fa volentieri, per fare contento il Coniglio, è naturale. Porta il cestino, si inventa le favole, canta le filastrocche che sa a memoria, tiene il conto di quanti sassolini e ghiande ci vogliono per comprare i fiori più belli. E poi, poco prima che si faccia sera, arriva Panda (ovvero il signor Panda Sugar Licorice), a chiamare Daisy perché è tardi, è ora di andare…come si dice: stretta la foglia, larga la via…andiamo dai che è tardi, e copriti bene che sei tutta sudata.

Il prossimo passo, appena un po’ più in là e stando attenta quando attraversi la strada, e da’ la mano a Panda e guarda dove metti i piedi, è una sporgenza che da’ su un baratro: bisogna imparare a volare. È sì, è proprio ora. C’è un animale grande grande, e tutto bianco e con le ali…che però non è un cane-drago, che insegnerà a Daisy a volare, e le farà fare un giro un po’ lontano e poi la riporterà qui. Tanto perché la Gallina Coccodè (un, due, tre!) dice che a guardar le cose dall’alto si vede tutto un po’ meglio; a meno di non essere miopi, naturalmente, ma non si può prevedere tutto nella vita. Allora, pronti? No, Panda non può venire, dovrà restare ad aspettarti a casa. Andiamo? Sì, allaccia le cinture (tutte! Non solo quella che tiene su i pantaloni! Anche il cinturino delle scarpe, naturalmente!). Via!! siamo partiti; dolcemente, sempre dritti, bene così, ora un po’ più alto…bene, abbiamo passato le nuvole. Adesso possiamo riposarci un po’ e guardare il panorama…un gran bello spettacolo, un praticello bianco e spumoso col sole al posto dell’orizzonte, e il cielo al posto delle pozzanghere. Aspetta che si faccia tutto rosa e vedrai che meraviglia, sembrerà di camminare sopra un prato di petali di rose! Da qualche parte qui intorno inizia l’arcobaleno, sai? Nessuno sa dove finisce (a parte i Leprecauni), ma dove inizia è facilissimo…proprio qui, da qualche parte. Quassù. Non ci sono pentole d’oro, però, perché le nuvole non reggerebbero il peso; è anche vero che qui una volta c’era un castello…quello del gigante…quello a cui si arrivava salendo sulla pianta di fagiolo. Non importa, il cielo è grande, sarà da qualche altra parte, visto che al momento non si vede; andiamo avanti? Qui c’è anche l’autoscontro tra nuvole, quello che genera tuoni e fulmini, e fa passare la paura dei temporali una volta che sai come succede: due nuvole si precipitano una addosso all’altra velocissimamente, e crash! Prima il fulmine, poi il tuono, perché non sarebbe possibile che il suono andasse più veloce della luce. Continuiamo a volare…quassù, dove il cielo è più blu, dolce mia Daisy, è dove volano i gabbiani, i cavalli alati, e da quassù si vede la cima dell’Olimpo e le sue divinità. E tutte le stelle dello Zodiaco, stanno tutte qui, polvere di diamanti, draghi, pegasi, c’è tutto, basta alzare poco poco gli occhi. Mai guardare giù, è la prima regola! Lo dicono sempre, tutti! Anche perché ad un certo punto bisogna scendere comunque, tornare da dove siamo venuti. Si atterra, più delicatamente possibile altrimenti ci si sbucciano le ginocchia che è un piacere, e si guarda in su. Da sotto le nuvole sono…identiche, ma alla rovescia. Ci si potrebbe scrivere una poesia, a proposito di tutto questo, il mondo su e il mondo giù, e il mondo alla rovescia; bisognerebbe però firmarla “irador”. Chissà se potrebbe andare più o meno così: “Là e qua, qua e là…su e giù, giù e su…” no, ci vorrebbe qualche altra cosa nel mezzo e magari una canzoncina. Proviamo di nuovo.
Su e là, giù e qua
così sì che una poesia si fa
Là e su, qua e giù
il ritmo c’è, meno o più
Per ogni cielo, la terra c’è
ed ogni come ha il suo perché
Se vien la pioggia, vien poi il sereno
e lì nel mezzo c’è l’arcobaleno
E via così canticchiando, tanto a lungo che sbucano le piantine dalla terra, i gufi si svegliano assonnati e i cerbiatti si avvicinano piano piano per vedere chi è canta in questo modo. È Daisy, ma certo che è Daisy! E a nessuno viene in mente di tagliarle la testa, anche se fa sbocciare le rose che non sono rosse e canta ai fiori e agli uccellini. E per fortuna è bella e bianca come le farfalline, ma non troppo, così non dovrà morire soffocata da una mela marcia. Passiamo oltre…è proprio ora di fare un altro passetto, dice Sugar Licorice, il Panda del cuore. Verso l’infinito…e sì, anche verso la prossima tappa.

La prossima, effettivamente, è proprio una tappa! Una tappetta! Stiamo andando a bussare a casa di Argentina, che ha una stanza grande, immensa, piena solo di libri. Libri e piccole sedioline e altrettanto piccoli tavolini su cui appoggiarsi per leggere un po’. Argentina vive con Riccardino dai bei capelli, e con una serie di altre fanciulle più o meno simpatiche ma con bellissimi vestiti. Spesso passano a trovarli dei re e delle regine, e dei principi, a volte azzurri a volte no. La casa di Argentina e gli altri ha un buonissimo odore, il preferito di Daisy, ed è una casa molto grande e all’apparenza altrettanto fragile, ma mai nessun lupo è riuscita a buttarla giù soffiando! Al massimo ci potrebbe riuscire una lupa, ma non lo farebbe mai. È una casa molto, molto antica, e si narra che un tempo, nelle sue segrete, siano avvenuti fatti oscuri e terribili…da rimanere svegli la notte, e con la lucetta accesa! Nella stanza dei libri ci passano anche le streghe, a volte; non spesso, ma succede. Non che siano tutte cattive queste streghe, però…insomma dipende: di giorno non fanno tanta paura (tranne quelle che sono malefiche veramente, le maghe e quelle di Eastwick: loro fanno paura anche a mezzogiorno), ma di sera…sì di sera sì! Tutte quante fanno venire i brividi (piccoli e non)!  Un buon rimedio è andare a trovare gli amici dei sogni; così il tempo passa e neanche te ne accorgi, anche se anche loro son gente strana…chiacchieroni sì, ma a modo loro; un po’ incostanti, mutevoli, e vanno quasi sempre di fretta; ma sono così affettuosi, sempre presenti, partecipi, disponibili! Altrimenti, di giorno, si può passare il tempo imparando gli accordi della macchina da scrivere, tante scale e tanti arpeggi, do mi sol do – toc tic toc toc – finché ogni nota limpida sarà. Non è che tutti quanti voglion fare gli scrittori…però è divertente.  Poi magari arriva il momento in cui saper battere sui tasti in fretta ti serve…non si può mai sapere! Impara l’arte e mettila lì, dove puoi vederla, se no ti dimentichi dove l’hai messa ed è la fine: ecco cosa dice sempre Sugar Licorice, il saggio Panda. Il problema poi è che bisogna rimettere tutto a posto! Magari dopo aver passato tutto il pomeriggio con la famiglia Silvania, o con quella coppia di amici americani (sì dai, loro…lei tanto bionda e sorridente, lui coi capelli perfetti e quel fisico scolpito), cambiando mille vestiti e facendo girare la moda, cucinando dolci nel forno più dolce (Albert? Hubert? Com’è che si chiamava il padrone?), oppure ad attaccare le figurine sull’album, belle storte mi raccomando se no non vale…e chissà, magari se c’è tempo si potrebbe giocare a palla, ma solo se non si rompe niente e non si macchia, certo. Prima di mettere a posto, si può fare merenda? Con un po’ di zucchero, magari! Così poi si finisce subito, si schioccano le dita ed ecco che siamo già pronti per andare al parco, a giocare coi gessetti e gli spazzacamini! Speriamo non si metta a piovere, che se scende la pioggia…che fa! Andiamo lo stesso. Poi, quando torniamo a casa, possiamo chiedere:
– Nonnino, mi racconti una favola?
– No, ora no, ora dormiamo.
– Ti prego, una sola!
– Va bene. Allora…
(mettiamoci comodi)
– …c’era una volta un re, che s’annoiava, s’annoiava. Un giorno chiamò un paggio, e gli disse: “Paggio, raccontami una storia.” e il paggio incominciò: “C’era una volta un re, che s’annoiava, s’annoiava…”
E ora pronti ad andare a letto.